martedì 25 giugno 2013

Giovanni Pascoli: L'uomo che sussurrava ai cavalli

La televisione in cucina è una maledizione. No, non siete capitati sul blog di vostro nonno che si lamenta perché a trentasei anni guardate ancora i Simpson, tuttavia dovete ammettere che quella scatola poggiata lì, sul mobile (sono ancora 1.0, a casa mia stiamo aspettando gli schermi ultrapiatti come gli aiuti umanitari della FAO) qualche problemino alla vita di coppia e familiare lo dà. 
Eccome se lo dà.

Siete tornati stanchi da una giornata a scuola, in ufficio, in negozio, in fabbrica, in cantiere… e magari vi va di scambiare due parole con un essere umano? Scordatevelo, toglietevelo completamente dalla testa. Non ci riuscirete.

Ogni volta che tenterete di emettere un qualche tipo di suono che non sia il risucchio del brodino, vi troverete immediatamente catapultati dal tavolo di casa vostra direttamente nella gloriosa Repubblica Popolare Cinese: verrete privati seduta stante del diritto di parola con la seguente frase: «Sshhh, fammi ascoltare», col tipico tono di voce suadente di un dobermann arruolato nelle Waffen-SS.

Purtroppo contro questa ingiustizia non si può fare nulla, quindi smettetela di contattare quelli di Anonymus per hackerare il telecomando di vostra madre o del vostro fidanzato che vi zittisce pure se sta guardando l’imperdibile amichevole San Marino - Congo Belga. In questi casi bisogna imparare dagli antichi: pazienza, invece della maledizione di Tutankhamon a noi è capitata la maledizione di Pippo Baudo.
A casa mia, per esempio, abbiamo sviluppato un distacco tale che nemmeno un monaco buddista che abbia raggiunto il Nirvana


Come molti di voi sapranno durante l’orario di cena vanno in onda i programmi più truculenti: N.C.I.S., Cold Case, Criminal Minds, Veline, Pupo, Enrico Papi, ma soprattutto… C.S.I. Per i pochissimi che non abbiano avuto la fortuna di vedere questo telefilm targato U.S.A., vi riassumo brevemente la struttura narrativa.

I scena- Festa modaiola a cui partecipano solo ragazze in bikini uscite direttamente da Playboy e ragazzi con più tartarughe di tutto l'arcipelago delle Galapagos. Nonostante il tasso di obesità in America sia dell’80% non si trova un ciccione nemmeno a pagarlo

II scena - Durante la suddetta festa tra un tuffo in piscina e un sorso di Martini, come da manuale, ci scappa il morto
III scena - Arrivano i C.S.I., ovvero la scientifica. Contrariamente alla Scientifica italiana non vanno in giro per la scena del crimine vestiti da spermatozoi, con quelle tutine bianche: vestono abiti firmati, scarpe di pelle di panda e soprattutto occhiali da sole griffatissimi, che ti viene da chiederti quanto prendono i poliziotti in America. Dopo aver constatato che la vittima è morta per un’oliva avvelenata nel drink, il tenente dice una frase ad effetto, tipo: «Prima potevi dormire pure con le porte aperte». Parte la sigla degli Who
IV scena - Seguono le analisi delle prove. Quelli di C.S.I. hanno un database enorme: dentro vi sono le impronte digitali di tutta l’umanità da Adamo fino all’Uomo Bicentenario. Inoltre hanno dei macchinari stupendi: vuoi sapere dove è stata prodotta l’oliva fatale? La metti in una provetta e… TAC. Due secondi e il computer ti dice che si tratta di una specie particolare, coltivata solo in Basilicata, hanno usato un concime artificiale fuori commercio. Il contadino si chiama Gino. Stessa cosa pure per il DNA: in Italia impieghiamo sei mesi per fare il test, in C.S.I. bastano trentasei secondi
V scena - Si scopre che tutte le prove non servono a niente: il tenente ha un’idea geniale che porta all’arresto del colpevole
VI scena - In Italia se vieni preso con il coltello in mano mentre stai dando la cinquantaquattresima coltellata alla tua vicina di casa, si usa negare dicendo che sei stato frainteso. In America no, l’interrogatorio più o meno è su questi toni:


«Sei stato tu ad uccidere Caroline con un’oliva avvelenata, coltivata da Gino?»

«No»
«Sicuro?»
«Sì, sono stato io» confessa il colpevole mentre scoppia in un pianto a dirotto

VII scena - Siamo al tramonto (l’omicidio è avvenuto alle dieci di mattina), il tenente dice un’altra frase memorabile sul genere: «Adesso le albicocche non sono saporite come una volta». Rimette gli occhiali da sole. Sigla


Naturalmente ho schematizzato parecchio, tralasciando alcuni piccoli particolari, come il fatto che la regola base per un poliziotto in C.S.I. è: non accendere mai la luce. Se ci fate caso noterete infatti che durante le scene in cui perquisiscono la casa del sospettato, in tutte le dodici stagioni del telefilm, non si vede mai una volta accendere un interruttore, anzi, adesso che ci penso, non mi sembra di aver mai visto un lampadario.

Tuttavia la parte che in più di un’occasione ha rischiato di farci finire in cronaca nera come ennesimo caso di tragedia familiare e portare al divorzio i miei genitori è l’autopsia. 

In un telefilm come C.S.I. l’autopsia è di vitale importanza, una scena irrinunciabile. Il problema è che a casa mia il televisore è di 32 pollici e sta su un mobiletto a dodici centimetri (dodici!) dal tavolo. «Embè?» direte voi. Embè? Praticamente è come se il cadavere fosse direttamente sul nostro tavolo: se riuscite a mangiare tranquillamente le scaloppine mentre sotto al naso vi stanno tirando fuori l’intestino crasso di un povero disgraziato manco fossero salsicce di maiale, qualche domandina me la farei. 


Ebbene, è proprio durante questa scena che lo spettatore medio (nel nostro caso lo definiremo mio padre) si ribella alla macelleria messicana e tenta di convincere l’ultras della serie (che chiameremo mia madre) a cambiare canale adducendo le seguenti motivazioni:
  •  Disturbi di carattere gastro-intestinale alla vista di pezzi di cervello che somigliano sinistramente al ragù alla bolognese che sta tentando di mangiare
  • «Sull’altro canale sta iniziando il telegiornale»
  • Le storie mancano di verosimiglianza

Concentriamoci su questo punto: avete presente le scene da tragedia greca quando siete al ristorante e mangiando una bruschetta per caso vi cade una gocciolina d’olio sulla camicia, no? Ora, in una puntata c’era una donna che si “incontrava” con l’amante nello stesso letto in cui dormiva col marito. Niente di strano, direte voi. Niente, a parte il fatto che la signora in questione con il suo amico si cospargeva completamente di olio d’oliva dalla testa ai piedi manco fossero due melanzane e lui, il marito, tornando a casa da lavoro non si accorgeva di nulla. Evidentemente al posto del materasso avrà usato la carta Scottex.

Purtroppo però, per quanto la serie mi faccia schifo, sono costretto ad ammettere che in Letteratura c’è anche di peggio e non sto parlando di romanzi, ma della vita degli autori, e in particolar modo uno: Giovanni Pascoli.

Giovanni Pascoli, insieme a Carducci e a Montale, è il genere di autori che amo definire a scadenza. Sì, perché normalmente uno studente dopo che abbia fatto l’esame o l’interrogazione, qualcosa di Svevo, Dante o Manzoni se lo ricorda, invece Pascoli no. Pascoli è un po’ come Garibaldi: tutti sanno che è esistito, che è stato un grande, ma a parte le cose basilari, nessuno si ricorda che cacchio ha fatto. 

Ad ogni modo, Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 in Romagna, quarto di dieci figli. La vita gli fa capire fin da subito che è nato sotto la buona stella: a dodici anni il padre Ruggiero viene ucciso da un agguato in perfetto stile mafioso. Dico stile mafioso per due motivi:
  1. Ruggiero Pascoli probabilmente venne ucciso perché non favorì un criminale locale
  2. All’omicidio assistettero diverse persone, ma nessuno testimoniò. Del resto lo sappiamo che si ragiona così nel Meridione… ah no, scusate era l’Emilia Romagna

Dato che sono fortunati di famiglia, i Pascoli cominciano prima a cadere in miseria, poi per varie circostanze muoiono nell’ordine: la madre e tre dei dieci fratelli. Tuttavia il giovane Giovanni fra alti e bassi, compresa una bocciatura (ma non lo dite alla vostra prof di Letteratura), riesce a diplomarsi e ad iscriversi all’università.

Durante gli anni universitari Pascoli ha come professore nientemeno che Giosuè Carducci, che è un po’ come iscriversi alla scuola guida e trovarsi Michael Schumacher a fare l’istruttore, soprattutto però si avvicina alle idee anarchico-socialiste. 

Il problema di Pascoli non sono tanto le idee, quanto la volontà. Infatti essere anarchico alla fine dell’Ottocento era difficile: venivi guardato come un sovversivo, ti scambiavano per un terrorista, passavi per delinquente. Insomma pari pari agli anni Settanta, solo che nell’Ottocento faceva molto meno figo, forse perché non avevano ancora inventato l’eschimo. Valle a capire certe cose.

Pascoli non aveva il fisico adatto per fare certe cose, difatti partecipa a una sola manifestazione politica in tutta la sua vita e viene arrestato. Immaginate che fortuna. Dopo poco più di tre mesi esce di galera grazie anche all’intercessione dello stesso Carducci (vabbè non è che ve lo devo spiegare io come vanno ste cose) e pensa di suicidarsi, ma capita un miracolo: gli viene assegnata la cattedra di latino e greco in un liceo di Matera.

Ora inizia la parte della vita di Pascoli che normalmente fa girare i cosiddetti agli equilibristi della scuola (ormai essere precari è troppo easy). Infatti Pascoli comincia a girare l’Italia insegnando in vari licei e università, ma si sente insoddisfatto perché vorrebbe ritornare nel suo paesello natio: San Mauro di Romagna. Roba che se si fosse lamentato al giorno d’oggi lo avrebbero lapidato con i libri di Giorgio Faletti: dodici chili l’uno.

In ogni caso il nostro buon Pascoli riesce a essere trasferito in provincia di Lucca e, per la gioia di ogni psichiatra, compra una casa in cui vive con la sorella Maria.

Quando si accenna alla sorella di Pascoli normalmente gli studenti si guardano intorno disorientati ed effettivamente un pochino hanno ragione ce l’hanno, perché:
  • Pascoli per vivere con le sorelle rinuncerà a sposarsi
  • Considerò il matrimonio della sorella Ida una sorta di tradimento (sì, proprio nel senso che state immaginando)
  • Il fatto che lui chiami casa sua «nido familiare», personalmente a me ricorda Charles Manson che chiamava la sua setta «La Famiglia»

Qual era il rapporto fra Giovanni e Maria? È una domanda che gli storici e gli studiosi si sono posti da tempo immemore e dopo approfondite ricerche e centinaia di volumi scritti sull’argomento, sono giunti a una conclusione sorprendente che si può tranquillamente riassumere in sei parole: NON CE NE FREGA UNA BEATA.

Già, perché tutto ciò non influisce minimamente sulla poetica di Pascoli e sul fanciullino, di cui non vi parlerò nemmeno sotto tortura.

Piuttosto merita attenzione un aspetto del poeta che a scuola viene clamorosamente sorvolato.

Avete presente Pascoli, no? Il poeta delle piccole cose, quello che si rifugiava nella vita agreste, che voleva un ritorno alle origini? Ecco, beveva come un autotreno carico di tirolesi.
Infatti negli ultimi anni della sua vita cadde in una profonda depressione che lo portò a bere talmente tanto da procurarsi una cirrosi epatica, anche se la sorella Maria fece di tutto per far credere che fosse morto per altre circostanze.


Ora vi starete domandando che diavolo c’entra C.S.I. con Giovanni Pascoli, ebbene amici miei, vi dico che Pascoli è molto meglio di qualsiasi telefilm di dubbio gusto che abbiate visto finora. Nella scala di Tommaso, ovvero l’unità di misura con cui calcolo le boiate immani sparate da una persona senza essere sotto l’effetto di alcuna sostanza (il nome deriva da Tommaso M., mio compagno di scuola ai tempi del liceo, capace di un coefficiente pari a dodici p/m - palle/minuto), La Cavalla Storna raggiunge quota diciotto.

Per chi non lo sapesse La Cavalla Storna è dedicata alla cavalla che portò il padre di Pascoli a casa dopo che l’ebbero fucilato, nonché unica testimone attendibile del delitto. In pratica il componimento è una sorta di interrogatorio a sta povera bestia che non solo se la sarà fatta nelle mutande per gli spari (stiamo usando una metafora), ma viene pure molestata dalla madre di Pascoli che ogni due secondi le ripete:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna

Tsè, altro che database di C.S.I.

Se la scena della donna che parla con la cavalla mentre i bambini cercano di chiamare il 118 per farla ricoverare non vi sembra verosimile, allora significa che non avete letto per intero la poesia. Infatti a un certo punto l’interrogatorio si fa più incalzante e la madre di Pascoli dice:

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come

Cioè manca poco che non si arrivi a un confronto all’americana, con i sospettati dietro uno specchio e la cavalla seduta che dice: «Mmm, non fisionomista, ma mi sembra sia il tipo bassino col tatuaggio».


Qui Pascoli potrebbe ancora salvarsi accennando al fatto che la madre fosse disperata, che si trovava in stato di shock e non si rendeva conto di quello che stava facendo, ma Giovannino decide di giocarsi l’ultima carta, perciò la donna fa il nome di chi secondo lei possa aver ucciso il marito e…

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito

Vale a dire la cavalla confessa, dimostrando due cose nell’ordine:
  1. La mamma di Pascoli mangia in testa a San Francesco e al Dottor Dolittle
  2. La cavalla di Pascoli è la prima testimone di mafia della storia d’Italia, dimostrando tra l’altro più senso civico della restante popolazione di San Mauro di Romagna

Va da sé che considerare la poetica di Pascoli basandosi solo su La Cavalla storna è un po’ come giudicare la filmografia italiana avendo guardato solo i film di Muccino: è un tantinello riduttivo. Ma del resto mica pensavate di poter evitare di studiare solamente leggendo questo blog?



Giovanni Pascoli fu uno straordinario poeta capace di comporre anche in latino e in greco e proprio grazie ai proventi dei concorsi di poesia a cui partecipò riuscì a comprare casa (una volta fare poesia pagava). Senza contare che fu un intellettuale di alto livello e esponente del Decadentismo italiano assieme D’Annunzio (e qui le analogie sono finite).


E poi, almeno in Pascoli, l’assassino non è il maggiordomo.

lunedì 27 maggio 2013

«Ma che ti laurei a fare in Filologia?»

Devo fare una confessione: anch’io ho avuto un momento di bimbominkiaggine. Per i pochi che non sapessero cos’è un bimbominkia (compreso Word che continua a segnarmelo in rosso), è sufficiente tenere presente che:

  •  Il bimbominkia ha una personalità talmente forte che se si mette allo specchio e tenta di guardarsi negli occhi, dopo un po’ lui abbassa lo sguardo, mentre il riflesso continua a fissarlo con aria di sfida
  •  È amante di qualsiasi boiata fantasy uscita negli ultimi quindici anni
  • Lui/lei compra rigorosamente cd di cantanti prodotti in serie, genuini come il pane che fa Banderas nel Mulino Bianco
  • Se si chiude in bagno per ore non vi allarmate: non si sta facendo le pere come sperate, ma un set completo di foto con la reflex da 800 euro che gli avete regalato per il suo compleanno
  • La sua religione è internet. E Zuckerberg è il suo profeta
Quindi se per casa, di tanto in tanto, incontrate un esemplare antropomorfo che si trascina biascicando incomprensibili frasi in aramaico, adesso sapete a che razza appartiene.

Comunque, dicevo che anch’io ho avuto un momento di bimbominkiaggine acuta, che si è manifestata tra la fine del 2010 e la metà del 2011, vale a dire quando bastava accendere un qualsiasi elettrodomestico (lavatrice compresa) che ti bombardavano di notizie sulla fine del mondo e il calendario Maya. Inizialmente non ci fai caso, ti sembra che tutto vada bene, ma il baratro è subdolo, te ne accorgi solo il giorno in cui, durante una discussione, dici: «…l’ha detto anche Roberto Giacobbo», con un’espressione seria che costringe i tuoi amici a cancellarti dalla rubrica e cambiare numero di telefono.
A dire la verità tu non hai mai creduto a ste cose, ma il martellamento mediatico è talmente insistente che a un certo punto arrivi a chiederti: «E se i Maya fossero stati veramente dei profeti?», tralasciando completamente il piccolo particolare che nemmeno si erano sognati di profetizzare la loro totale estinzione a causa di quella brava gente che proveniva dalla Spagna per “civilizzarli”.


Tuttavia, dopo un lungo percorso riabilitativo, a base di libri di Milan Kundera e trasmissioni di Michele Mirabella, sono riuscito a uscire dal tunnel. Lo so che il trend attuale vorrebbe che scrivessi un libro dal titolo tipo: E di nuovo la luce - La mia straordinaria esperienza con i Maya, tuttavia per questioni di decoro mi sono astenuto, preferendo fare una profonda riflessione: l’apocalisse Maya è l’unico modo per spiegare ad amici e parenti che cacchio è la filologia.

Il laureato in filologia cova una profonda e rancorosa invidia nei confronti dei laureati in: farmacia, medicina, archeologia, scienze della formazione, agraria, podologia, scienze dell’allevamento, lingue e culture dell’Eurasia…
Tutto ciò non perché questi trovino più facilmente un lavoro, ma solamente perché non sono soggetti a frequenti equivoci con amici e parenti ogni volta che si trovano a dover dire cosa studino.
Per farvi capire meglio vi propongo alcuni esempi:


Nonno: «Allora cos’è che studi?»
Tu: «Filologia»
N: «Ah, bella filosofia»


Zia: «Allora cos’è che studi?»
Tu: «Filologia»
Z: «Ah, bella filatelia»


Il Tuo Salumiere: «Allora cos’è che studi?»
Tu: «Filologia»
ITS: «Ah, bella teologia»


Genitori: «Allora cos’è che studi?»
Tu: «Filologia»
G: «Ma poi che sbocchi ha la semiotica


Preciso che tutti gli esempi riportati sono reali (specialmente l’ultimo).

Dunque qual è ruolo del filologo moderno? Chiudersi in biblioteca alla ricerca di manoscritti perduti come un novello Angelo Mai? Risolvere misteriose connessioni letterario-religio-masso-illuminaristiche come Robert Langdon? Sperare di ricevere un giorno il sussidio di disoccupazione?
Niente di tutto questo: il compito più difficile dell’aspirante filologo è riuscire far capire al mondo a che cacchio serve la sua laurea (oltre a stare da Dio appesa alla parete della stanzetta, ovviamente).
Il vero problema è che quando all’università ti trovi per la prima volta faccia a faccia con la filologia, nemmeno la professoressa che la insegna è capace di spiegare a parole di cosa si tratti precisamente, per cui parte con una caterva di esempi che solitamente non fanno altro che confondere ancora più le idee.
Ma vediamo come i Maya possono esserci di aiuto.


Mettiamo che il 21 dicembre 2012 davvero fosse successo qualcosa di apocalittico: caduta di un asteroide, inversione dei poli magnetici terrestri, tempesta solare, scoppio di una supernova, esplosione di Giuliano Ferrara, l’ultima puntata di Beautiful, la Eminflex che smette di regalare la «Mountain Bike con cambio Shimano alle prime dieci telefonate»…
Ecco, immaginiamo che in questo scenario di indicibile orrore vengano distrutti tutti i supporti musicali magnetici e digitali: Niente CD. Niente DVD. Niente MP3. Niente Musicassetta. Solo Vinili. Quelli di Nilla Pizzi.
Ora immaginiamo il nostro pro-pro-pro-pronipote nel 2113 che suona la batteria in un pub, il Chalum’s (ho avuto un’infanzia segnata da Guerre Stellari), a un certo punto si avvicina a una tipa:


«Sai, - occhi a fessurina - che dici se ti dedico Grazie dei fiori

Compromettendo in tal modo la sopravvivenza del nostro patrimonio genetico.

Il filologo serve proprio a quello (non a riprodursi, ovviamente), cioè a fare in modo che nulla, o quasi, del passato vada perduto.
Dovete sapere che anticamente il mercato editoriale era un pochino di nicchia, vuoi perché c’era un tasso di analfabetismo che nemmeno a un raduno di Casa Pound; vuoi perché, con somma gioia della Siae, non esistevano ancora le fotocopiatrici e i libri venivano scritti e pubblicati rigorosamente a mano.
Naturalmente l’autore non poteva mettersi a copiare personalmente le sue opere, quindi ci si affidava a copisti, in particolar modo nel Medioevo questi erano monaci che trascrivevano pazientemente i rotoli di autori contemporanei, ma soprattutto antichi. Ora, se abitate in un paesino conoscerete sicuramente quello che io chiamo l’Effetto Studio Aperto, vale a dire quell’effetto per cui una notizia insignificante subisce modifiche tali da diventare argomento di discussione o guadagnarsi l’apertura nel suddetto notiziario. Questo effetto si può facilmente spiegare con questo schema:




Bene, lo stesso succedeva con i copisti. In pratica sti poveri monaci che dalla mattina alla sera non facevano altro che copiare manoscritti, ogni tanto potevano sbagliare: sia perché non conoscevano il latino e quindi copiavano le lettere così come le vedevano (la competenza in Italia è sempre stata di fondamentale importanza); sia perché dopo dodici ore a lume di candela voglio vedere te se non sbagliavi; sia perché magari, per ragioni etiche o religiose, decidevano di punto in bianco di cambiare l’opera. Fai un errore oggi, fai un errore domani, cambia di qua, cambia di là, ed ecco che il testo iniziale viene ampiamente modificato.

Ed è a questo punto che entra in gioco il filologo, che, con il suo “immenso bagaglio di conoscenza” (è la nostra scusa quando dobbiamo confessare che non troviamo lavoro), si mette lì con una santa pazienza a confrontare i vari manoscritti di una stessa opera per cercarne gli errori comuni, in modo da poter risalire, per esempio, ad una versione del Liber di Catullo quanto più vicina all’originale (in realtà la faccenda è un ciccinino più complicata, ma per me basta che non crediate che il filologo sia quello che colleziona francobolli).

Oltre al monaco amanuense scazzato, il più grande nemico del filologo è il gusto del tempo. Per farvi capire meglio vi pongo una domanda: Se voi foste un copista sottopagato che impiega dai tre ai sei mesi per una trascrizione, quali libri tramandereste: l’Amleto o Le barzellette di Totti?
Quello che voglio dire è che ovviamente i copisti, sia medievali che antichi, non potevano copiare tutto lo scibile, per cui applicavano due criteri semplici semplici:

  1.  Quale opera è indubbiamente un capolavoro, secondo me?
  2. Quale mi richiedono maggiormente?

Il che mi ha sempre posto davanti a un dilemma che non ho mai confessato ai miei professori (che volete, ci tenevo a laurearmi): e se in realtà Virgilio, Cicerone, Aristotele e via dicendo fossero stati i best seller dell’epoca, cioè i vari Fabio Volo, E.L. James, Stephanie Meyer? Significherebbe che in pratica i copisti ci hanno costretto a studiare l’equivalente di greco-romano di libri come Twilight, mentre altri validissimi scrittori sono caduti per sempre nel dimenticatoio perché nessuno si è preso la briga di tramandarli. 
Provate a immaginare che la stampa non sia stata inventata:


«Oh, che faccio con Il fu Mattia Pascal, lo copio?»
«No, lascia stare, è una palla. Copia piuttosto l’ultimo di Paolo Brosio, che quello va forte»


Adesso potete capire la mia apprensione. Quello che cerco di dire è che magari di tutta la letteratura antica, a noi forse sono arrivati solo i rimasugli, e se l’Eneide è un rimasuglio cos’è che ci siamo persi? Naturalmente questa è una di quelle domande che non hanno risposta, del genere: «Cosa fa Federica Pellegrini quando non nuota?». 
Non ci dormo la notte.


Quindi la prossima volta che su Twitter o su Facebook 
cercate di fare i fighi scrivendo: «Carpe diem», ricordatevi che lo potete fare perché un filologo ha lavorato per voi. Nonostante i genitori fossero convinti che studiasse semiotica.

giovedì 11 aprile 2013

L'Odissea: Cara, esco un attimo a comprare le sigarette...


L’adolescenza è complicata. Avete voglia a dire che crescendo aumentano i problemi: non potrete mai raggiungere il livello di complicatezza mentale di un adolescente. Non mi riferisco ai noti problemi legati alla pubertà: la voce che passa da modalità cherubino a Ozzy Osbourne, il fiorire di peli che nemmeno il giardino di Versailles, sbalzi di umore che in condizioni normali sarebbero giustificabili solamente con una overdose di progesterone. 
Niente di tutto questo, il fatto è che gli adolescenti si complicano la vita da soli: mentre un topo da laboratorio messo in un labirinto per raggiungere l’uscita parte da un punto A per arrivare a un punto B, un adolescente può impiegare tutto l’alfabeto e non è escluso che nel frattempo inserisca pure qualche equazione.


Per chiarire il concetto farò un esempio pratico riguardo gli adolescenti di sesso maschile, dato che la versione femminile è più indecifrabile di un manuale di istruzioni in coreano per il lettore dvd.

Come tutti i pomeriggi sei anestetizzato davanti alla Playstation, mentre stai facendo saltare la testa al duecentesimo zombie della giornata avverti una sensazione strana. Inizialmente credi si tratti di fame, ma poi senti una vocina lontana lontana, «Forse è la mia coscienza» ti dici, ma ti stai sbagliando di nuovo: la voce non proviene dalla tua testa, ma da una sessantina di centimetri più in basso, proprio al di sotto della cintura: sono i tuoi ormoni che ti chiamano. 
Per quanto si sforzino loro non riescono a condividere il tuo entusiasmo per aver trovato il kit del pronto soccorso per continuare il gioco, anzi la vocina che senti è triste perché si sono accorti di una cosa evidente: nel raggio di 13 km2 non c’è l’ombra di un essere umano femminile con un DNA diverso dal tuo (Lara Croft non conta).


La soluzione per ovviare al problema è lampante come l’assassino in un film horror americano di serie B, quelli del tipo «Oh, c’è un maniaco seviziatore in questo bosco... Dividiamoci!»: basterebbe farti una doccia, toglierti la felpa che hai su da talmente tanto tempo che tua madre non sa più se si tratti di abbigliamento o di un tatuaggio, sfilarti il cappellino da finto rapper che indossi pure in agosto quando fanno 40 gradi e che nasconde forme di vita sorprendenti che manco nel brodo primordiale.
Ma non fai niente di tutto questo perché sei convinto che sia tutto più complicato e, lobotomizzato dalle trecento puntate di Californication che hai guardato alle tre di notte in televisione, cresce in te la perniciosa quanto infondata convinzione che devi avere successo in qualcosa per farti notare dalle ragazze.


A questo punto passi in rassegna i campi in cui potresti dimostrare il tuo talento:
  • Lo sport non fa per te, hai il fisico del giocatore di videopoker in pensione e poi l’ultima volta che hai preso una palla hai fatto autogoal. E stavi giocando a ping-pong
  • Fare il figo con la moto è fuori discussione: è pericoloso, ti hanno tolto le rotelle alla bici da poco e poi al massimo puoi impennare con l’abbonamento del pullman
  • Le pernacchie con le ascelle di solito non vengono inserite fra i talenti

Stai per rassegnarti a una vita da cercatore come fra Galdino, quando in un angolo della stanza noti un oggetto che tuo padre ti ha regalato durante il deludente Natale del ’92. Ce l’hai avuta davanti agli occhi per tutto questo tempo convinto che si trattasse di un oggetto di modernariato, ma adesso sai che quella è la chiave per risolvere i tuoi problemi: una chitarra.

Ora, da che mondo è mondo, nella mente contorta di un adolescente la chitarra è sinonimo di “acchiappanza” selvaggia, di rimorchi stile “pesca a traina”: vai in gita con la scuola? Per la convenzione di Ginevra se sai suonare hai diritto al posto in fondo all’autobus. A pasquetta hanno tutti la nonna malata e ti dicono che non andranno da nessuna parte, ma stranamente su Facebook c’è un fiorire di album dal titolo “Pasquetta fuori porta”? Con una chitarra questo problema non esiste. Il falò sulla spiaggia di Ferragosto? Beh, posala sta benedetta chitarra che tutto il mondo circostante sta limonando mentre suoni Margherita di Cocciante.

E così, guardando un tutorial su Youtube, apprendi i primi rudimenti dello strumento e, dopo sole trentasei ore ininterrotte di allenamento e i polpastrelli che sembra tu sia uscito da una sessione di morra cinese con Edward mani di forbice, sei in grado di suonare qualcosa che somiglia molto vagamente alla Canzone del Sole: tre accordi fetenti.
Tuttavia con il passare del tempo acquisti sicurezza e, proprio mentre i tuoi vicini stanno firmando un referendum per mandarti in esilio in Portogallo come i Savoia, perché non riescono più a dormire, decidi di comprare una chitarra elettrica.
Non so voi, ma dove abito io sul giornale apposito gli annunci degli strumenti musicali si trovano esattamente fra quelli zozzi e quelli per le apparecchiature mediche, per cui quando decidi di fare il grande passo la situazione è questa:


Vendo copricapezzoli elettrificato a 12.000 volt mai usato. Astenersi curiosi e perditempo

Cedo chitarra elettrica completa di amplificatore con piccola ammaccatura. Astenersi curiosi e perditempo

Occasionissima polmone d’acciaio usato per poco tempo tenuto in maniera maniacale. Telefonare ore pasti. Astenersi curiosi e perditempo. Povera nonna

Che poi vorrei conoscerli di persona questi curiosi e perditempo, esistono veramente al mondo persone che chiamano così, giusto per?

Vabbè non divaghiamo.

La “piccola ammaccatura” si rivela in realtà un buco grande come l’oblò di una lavatrice a gettoni, ma a te non importa: con la tua nuova chitarra elettrica di dodicesima mano ti senti il frutto dell’amore proibito fra Santana e Slash dei Guns N’ Roses. Alla faccia della biologia. 
Sei talmente entusiasta che cominciano a piacerti anche le canzoni di Vasco Rossi e Ligabue, anche perché sono le uniche alla tua portata.

Eppure in cuor tuo non sei davvero felice: le uniche chiamate sul telefonino continuano a essere quelle della Wind che minaccia di pagare un serial killer se non fai una ricarica; al citofono non hai ancora visto la fila di ragazze che vogliono uscire con te; benché cerchi di portare costantemente il discorso sulla musica per dire che suoni, godi ancora della popolarità di un lebbroso a Calcutta.


E qui hai il colpo di genio: la pubblicità è l’anima del commercio e per avere successo devi farti conoscere. Così ti ritrovi a fondare un gruppo insieme ad altri tre disperati a cui fino a venti minuti prima non importava assolutamente nulla della musica, ma come te hanno avuto questa intuizione geniale per dire addio all’età dell’innocenza.

Il primo periodo con i tuoi nuovi amici rasenta l’idilliaco, anche se tu volevi un nome tosto tipo Gli Squartatori, i Black Metal Symphonic Death Orchestra, Gli Sbudellatori Anonimi ma alla fine ha vinto i Gli Insoliti Teneroni, non importa: l’importante è il fine da perseguire.
Cominciate a suonare in pub dove i vibrioni in cucina camminano con le ciabatte per paura di infezioni e nel frattempo fate i fighi ammiccando alle ragazze rischiando fratture multiple provocate dai fidanzati. Dopo diversi mesi in cui venite retribuiti con panini hamburger e cipolla (in proporzione 10%-90%) uno di voi perde il lume della ragione (solitamente il cantante) e con un entusiasmo da fare invidia allo Chef Tony dice qualcosa del genere:


«Abbiamo bisogno di una svolta, abbiamo tutte le carte per sfondare. Bisogna cominciare a suonare le nostre canzoni»

Tu e gli altri lo guardate con due occhi da cartone animato giapponese chiedendovi di quali canzoni stia parlando, ma soprattutto quali acidi si sia calato. Alla fine però cedete alle sue insistenze, pure perché, che diavolo, ce la fanno ad Amici ce la potete fare anche voi.
E qui inizia il tracollo.


Sei cresciuto ascoltando Queen, Genesis, Pink Floyd e scopri che il cantante è patito per uno sconosciuto jazzista-sassofonista della Papuasia, il batterista è fan accanito di Eminem e mentre cerchi conforto nel bassista, questi ti rivela che in realtà lui è un pensionato delle Poste che ha iniziato a suonare perché con il panino hamburger-cipolla almeno aveva risolto il problema della cena.

Quando la situazione di mette in questi termini hai solo due possibilità:
  1.  Appendere la chitarra al chiodo (dalla parte dell’oblò) e cedere finalmente alla doccia e dare fuoco alla felpa-tatuaggio
  2. Cercare punti in comune

Adesso, per quanto la seconda opzione possa sembrare fantascientifica, esiste un modo per mettere tutti d’accordo: qualsiasi cosa ascoltiate (a parte Nilla Pizzi, Beethoven e qualche altro nome) è riconducibile ai Beatles. I Beatles mettono tutti d’accordo, non perché piacciano necessariamente, ma perché nessuno avrà mai il coraggio di dire: «A me fanno schifo» se non adeguatamente protetto da anonimato.

Qualcosa di simile si riscontra nella Letteratura: sia che vi piacciano i mattoni russi, sia che leggiate Grisham, sia che  considerate Fabio Volo il nuovo Siddharta, tutto, ma proprio tutto è riconducibile a Omero.
Citare Omero in una conversazione di Letteratura è come giocare il jolly a Giochi senza frontiere (questa la capiranno in pochi): vai sempre bene.


Tutto questo preambolo mi serviva per portarvi a parlare dell’Odissea di Omero, ma dato che spiegare questo capolavoro senza citare l’Iliade è difficile quasi quanto indovinare la parola nascosta della Ghigliottina di Carlo Conti, procederò con un piccolo riassunto a mo’ di telegramma:

Elena fuggita con Paride STOP Menelao et compagnia partiti per Troia per vendicare cesto di corna STOP Guerra durata dieci anni STOP Achille non tanto d’accordo con motivo guerra STOP Ulisse fa costruire cavallo per entrare in città STOP Troiani non particolarmente furbi STOP Troia distrutta tutti tornati a casa tranne Ulisse che forse ha bucato per strada o fermato a prendere un Camogli

Bene, detto questo devo procedere con una citazione necessaria:



Al che potrei rispondere: «Ma come parli proprio tu che nemmeno sei esistito?». Già, perché il nostro caro Omero, bersaglio delle bestemmie e maledizioni di una buona fetta degli studenti dei licei classici di tutto l’orbe terracqueo, non è mai realmente esistito. Il suo nome molto probabilmente significa cieco, perché nell’immaginario popolare tali erano i cantori.

«Allora chi ha scritto l’Iliade e l’Odissea?» direte voi. Molto semplice: si trattava di miti che circolavano in Grecia, una sorta di poema di fondazione per spiegarsi le proprie origini. Infatti non esisteva un testo unico dei questi due poemi e ogni città aveva una sua versione in cui l’eroe locale faceva bella figura, un po’ come quelli che sperano in un efferato omicidio a sfondo sessuale nella propria città così possono fare ciao con la manina quando vedono le telecamere della Vita in diretta.

Ma entriamo nel vivo.

L’Odissea è un poema diviso (successivamente) in 24 libri, tradizionalmente si diceva che Omero lo avesse scritto in vecchiaia perché è più “tranquillo” rispetto all’Iliade (anche se a me sembra il contrario). Protagonista assoluto è Odisseo, che per ragioni pratiche nel resto del post chiamerò col nome latino: Ulisse.

Il poema inizia con il figlio di Ulisse, Telemaco, che vuole liberarsi dai Proci che infestano casa sua. Questi sono dei principi zuzzurelloni che non vedono l’ora di fare la festa alla moglie del padrone di casa, Penelope. Roba che a confronto Emanuele Filiberto sembra Zichichi.
Dato che la guerra di Troia è finita da dieci anni e Ulisse non ha fatto nemmeno una telefonata per avvertire che ritardava, Telemaco decide di partire alla ricerca del padre. Il ragazzo è il ritratto del carisma: un misto fra Kim Jong Un e una cassettiera dell’Ikea, infatti chiede una nave ai suoi concittadini che non se lo filano nemmeno di striscio, perciò deve intervenire la dea Atena.


Nel frattempo Ulisse arriva sull’isola dei Feaci dopo aver trascorso sette anni terribili insieme a Calipso, una ninfa bellissima perdutamente innamorata di lui. Praticamente è come se dichiarassi guerra agli Stati Uniti e venissi preso prigioniero da Angelina Jolie: una vita da inferno.
Comunque Ulisse ai Feaci non rivela la sua identità e comincia a raccontare la sua storia partendo dall’inganno del cavallo di legno che tutti voi conoscete e su cui non mi dilungherò (vabbè non la racconta proprio lui, ma lasciamo stare).


Dopo aver lasciato Troia ormai distrutta, Ulisse e i suoi compagni giungono sull’isola dei Ciclopi, esseri giganti con un occhio solo. Qui vengono catturati da Polifemo, il più cretino dei Ciclopi, il che ci fa dubitare anche della presunta astuzia di Ulisse. Polifemo senza sapere né leggere né scrivere comincia a mangiarsi piano piano i compagni del nostro eroe che, per uscire dalla pericolosa situazione, lo acceca.
Ora, Polifemo ha un serio problema di alcolismo, per cui quando gli altri Ciclopi lo sentono gridare gli domandano: «Chi ti ha accecato?», lui risponde: «Nessuno», cioè il nome che gli aveva dato Ulisse. Bastava che avesse chiesto come faceva di cognome e la situazione avrebbe preso un’altra piega:


«Polifemo, chi ti ha accecato?»
«Nessuno… Nessuno Scognamiglio»


Ci voleva tanto?

Ulisse a questo punto vorrebbe fare ritorno verso casa, ma non ha calcolato che Polifemo è il cocco di papà di Poseidone, il dio dei mari, che per vendetta lo fa approdare sull’isola della maga Circe.
Avete presente le streghe, no? Senza denti, gobbe, vecchie, zoppe e via dicendo? Ebbene Ulisse capita fra le mani dell’unica strega top model del Mediterraneo, che a un certo punto uno se lo dovrebbe pure chiedere se Poseidone ce l’aveva davvero con Ulisse o no. Naturalmente Circe si innamora di Ulisse e per fargli dimenticare di prendere il largo trasforma i suoi compagni in maiali.


Fermiamoci un momento.

Alcuni hanno voluto vedere una sorta di sottotesto: «Circe è il prototipo della femminista, dato che ha tramutato i greci in porci per il loro comportamento». Adesso non è che voglio prendere le parti dei compagni di Ulisse, ma mettetevi nei panni di questi qua: innanzitutto stiamo parlando di guerrieri abituati a staccare teste a morsi, mica di studenti di Oxford (anche se sinceramente non saprei di chi avere più paura); poi sono diciotto anni che non vedono una donna nemmeno in fotografia; ci aggiungiamo che arrivano su un’isola sperduta in mezzo al mare abitata solamente da ragazze seminude… beh, un minimo di entusiasmo ci poteva stare, al massimo se veramente esageravano li trasformavi.

Qui Ulisse perde altro tempo e noi capiamo che la struttura dell’Odissea è pari pari a quella di una puntata a caso del Dottor House. Cerco di spiegarmi con uno schema:
  • Si presenta il problema
  • Ulisse (House) non fa assolutamente nulla, anzi si diverte in vario modo (ma probabilmente Ulisse si diverte di più)
  • L’equipaggio (l’equipe) fa tutto il lavoro e perde salute, sonno ed energie per risolvere la situazione
  • Il dottor Ulisse ha un’idea geniale che mette tutto a posto

In realtà bastava che Ulisse o House si fossero applicati un po’ di più e noi avremmo risparmiato diverse centinaia di versi o, in alternativa, decine di minuti di apprensione.

Dato che Ulisse non ne vuole sapere di tornare da Penelope, Atena manda Ermes a fargli presente che ci sta mezzo Olimpo e un’isola che si stanno sbattendo per lui, perciò preso dai sensi di colpa decide di ripartire.

Seguono una serie di alterne vicende, fra cui l’episodio delle Sirene e la morte di tutto l’equipaggio in seguito a un naufragio causato dal sempre ottimo Poseidone che, seppure dio, non ne azzecca una.

Al termine del racconto Ulisse svela la propria identità ai Feaci che lo guardano con due occhi così non tanto per la storia della maga, dei Ciclopi o delle Sirene, quanto per il fatto che proprio non riescono a bersi che sia stato “costretto” da Calipso a diventare il suo amante per sette anni.
Ad ogni modo Alcinoo, re dei Feaci, decide di aiutare il sovrano di Itaca a ritornare a casa, così notte tempo, mentre Ulisse dormiva, lo riportano sulla sua isola. Evidentemente non si fidavano a farlo guidare da solo.


Arrivato a Itaca, Ulisse grazie ad Atena assume le sembianze di un mendicante e, con l’ausilio di Telemaco, stermina i Proci.

FINE.. anzi, no.

Già, perché secondo una leggenda medievale (ripresa anche da Dante in Inferno XXVI) Ulisse dopo un po’ si sarebbe stufato della vita coniugale e avrebbe ripreso il largo con i suoi vecchi compagni (ma non erano morti nel naufragio?) per superare le Colonne d’Ercole e arrivare in vista del Purgatorio. 
E io che mi lamento che volare con la Ryanair è già un’avventura.


Arrivati a questo punto potrei parlarvi del meraviglioso incipit:

Cantami, o Musa, dell’uomo dal multiforme in ingegno

Di fronte al quale, come direbbe Benigni, mi dovrei denudare per la sua bellezza e postarvi le foto sulle vostre bacheche Facebook. Tuttavia, dato che so per certo che alcuni miei lettori soffrono di reflusso gastroesofageo, eviterò per il bene comune.

Piuttosto vorrei sfatare il mito di Ulisse “uomo di avventura”.
Il nostro eroe infatti, come abbiamo visto, non ci tiene minimamente a prendere il mare per affrontare l’ignoto, lui è più il tipo da cocktail con l’ombrellino sulla spiaggia, mentre la ninfa di turno gli gira intorno. Quando parte lo fa solamente sotto minaccia.


Non ne siete convinti?

Allora prendiamo l’esempio di Palamede. Secondo la mitologia greca Ulisse per non andare in guerra si finse pazzo e cominciò ad arare e seminare la sabbia (da qui l’espressione “fare lo scemo per non fare la guerra”). Ebbene Palamede per smascherarlo prese il piccolo Telemaco e lo mise davanti all’aratro costringendo Ulisse a fermarsi, dimostrando di essere sano.
In realtà non è tanto questo episodio che ci convince del fatto che Ulisse era amante della tranquillità, quanto gli avvenimenti successivi: il re di Itaca infatti si vendicò di Palamede uccidendolo a sassate. Giusto per farvi capire quanto l’aveva presa bene.


Al di là di tutto (soprattutto di questo post), l’Odissea è davvero IL poema, in cui sono racchiuse le nostre radici, non solo europee, ma addirittura umane dato che si ritrovano riferimenti in tutta la Letteratura mondiale.

E poi bisogna considerare che Omero ha sicuramente avuto sugli scrittori di tutto il mondo più influenza di quanta ne avrà mai Moccia.
E non è nemmeno esistito.


MESSAGGIO SOCIALE

Ogni anno migliaia di chitarre vengono maltrattate da adolescenti che si sentono rock star. Anche tu puoi fare qualcosa: parla con tuo figlio, tuo nipote, tuo cugino e digli che di solito quello che suona la chitarra regge il moccolo agli altri che limonano. Vedrai che non toccherà nessuno strumento musicale per il resto della vita.