giovedì 10 ottobre 2013

Contest Time - Salva una parola: Il Sondaggio

Pur avendomi creato una settantina di identità false per dare credibilità a questo blog, nel caso nessuno avesse partecipato al contest, sono contento che molti di voi abbiano proposto una parola da salvare (vi confesso che in almeno un paio di casi ho dovuto guardare sul vocabolario).
Adesso, dato che sono cresciuto fra anni '80 e '90, i miei riferimenti culturali sono essenzialmente due: il Festivalbar e i giochi di Jocelyn, ed è proprio ispirandomi a questi ultimi che dichiaro aperta la seconda parte del Contest Time.

Per un mese (giorno più, giorno meno) potrete votare la vostra parola da salvare semplicemente selezionandola dal sondaggio che vedete nella parte destra del blog e cliccare su Voto. Essendo profondamente democratico, potete selezionare anche più di una parola per volta.

Al termine del sondaggio, che scadrà il 10 novembre, il lettore/la lettrice che avrà proposto la parola più votata vincerà un bellissimo libro della collana Live della Newton-Compton del valore di addirittura 0.99 euro. Insomma mi voglio proprio rovinare.

Di solito i blogger seri concludono questo tipo di post con una frase profonda, a me questo momento l'unica cosa che mi viene in mente è: «quando vi capita più di votare senza nessuno che vi promette un posto di lavoro?».

Buon sondaggio!






venerdì 4 ottobre 2013

Catullo: il passero solitario

Qualche giorno fa sfogliavo tranquillo tranquillo una delle riviste di semiotica che sono solito comprare (adesso non mi ricordo se fosse Cioè o Girl Power) e, mentre leggevo un interessantissimo articolo dal titolo: «Come non rimanere incinta sfiorando il gomito del compagno di banco», mi è caduto l’occhio su un trafiletto che recitava più o meno così: «Una persona usa in media cento parole nella sua vita».
I successivi venti minuti li ho passati nella più profonda tristezza pensando a questo poveretto che si esprime solo con cento parole, poi ho capito che il discorso era generale.
E la tristezza è diventata disperazione.


Secondo un recente studio, mediamente un cane riesce a comprendere all’incirca un centinaio di parole (ho cercato l’articolo su Google per dare una solida base scientifica a questa affermazione, ma non l’ho trovato. Comunque VI GIURO che non l’ho sentito da Studio Aperto). Cosa significa tutto ciò?
Molto semplice: che probabilmente, così come esiste il giurassico, il cretaceo, il pleistocene e così via, esisterà un giorno il chihuahuasico e il pro-pro-pro-pro…nipote di Piero Angela (sì, immagino un futuro in cui ci sia ancora vera meritocrazia) dirà:


In questa era gli esseri umani si esprimevano con il vocabolario di un cane dislessico, bastavano i concetti base: “mamma”, “papà”, “cacca”, “pipì”, “manda questo msg a 10 persone per salvare un bambino affetto da unghia incarnita”.

Che, tra l’altro, vorrei vederlo in faccia sto medico fetente che non salva i bambini se non arrivano tot sms. 
Vabbè, ma questa è un’altra storia.


Per capire quanto la situazione sia grave, basta considerare che un dizionario a caso della lingua italiana contiene all’incirca 280.000 lemmi per tremila pagine: immaginate di dover scrivere, non dico l’Orlando furioso, ma la lista della spesa solo con le prime tre pagine.
A parte l’evidente disagio di avere il frigorifero pieno di roba con inizia con la A, potete capire che le difficoltà sono serie.


Adesso dovrei attaccare una filippica di nove pagine in cui dico che nei bei tempi antichi le cose andavano diversamente, che non si parlava mica come adesso, che i pensieri erano più profondi. Certo che le cose andavano diversamente: era molto peggio!
Partendo dall’epoca di Pascoli e andando a ritroso fino a Omero abbiamo un tasso di analfabetismo fra la popolazione pari solo alle interviste a bordo campo al termine delle partite di calcio o a un raduno degli ultimi trenta Ministri dell’Istruzione. Decidete voi.


Non siete convinti della bontà di questa affermazione? Credete che davvero nell’antica Grecia i pastori andassero in giro con la lira a declamare poesie? E il formaggio quando lo facevano allora?
In realtà il problema della povertà della lingua c’è sempre stato ed è appunto per ovviarlo che è nata la poesia e, soprattutto, la metafora.


Prendiamo un esempio di vita quotidiana: siete in metropolitana e la persona vicino a voi ha un alito talmente pestilenziale che vi sorge il dubbio che da qualche parte si sia rotta una conduttura del metano. Normalmente direste qualcosa del tipo:

Ohi bello, pigliati una mentina che per prendere fiato ho dovuto mettere la testa sotto le ascelle di quel giocatore di rugby.

Invece, con l’aiuto della metafora potreste dire:

Oh tu, che hai spalancato le porte degli Inferi aprendo il fetido pertugio da cui emetti favella, orsù, afferra lesto questo candido dono di Eolo, dominatore di venti, affinché non sia costretto a cercare asilo presso le madide braccia di quel discobolo che ha appena terminato di gareggiare.

Provocando non solo una ola in tutto il vagone, ma anche l’intervento d’urgenza della neuro.

Se però vogliamo essere precisi, bisogna dire che non sempre la poesia è sinonimo di metafora e viceversa. L’esempio vivente in tal senso è il grande poeta latino Catullo.

Gaio Valerio Catullo nasce a Verona l’87 a.C. Come facciamo ad essere così sicuri sulla data di nascita? Perché ce lo dice San Gerolamo nel Chronicon, una mastodontica cronaca universale affidabile quanto un editoriale di Alessandro Sallusti. Credo che ci siamo capiti.
Catullo proviene da una famiglia agiata, il padre è amico intimo di Giulio Cesare e Quinto Metello Celere, però lui odia la politica e, come ogni giovane ribelle, decide di prendere una decisione sofferta, le alternative erano due:
  1.  Andare in Tracia a lavorare come schiavo diciotto ore al giorno nelle miniere di salgemma
  2. Diventare un artista

Naturalmente intraprende la strada più difficile: diventare un artista.

A tale scopo parte per Roma e «dipinge paesaggi sotto la stazione Termini?», direte voi. 
No, no. 
Il giovane Catullo comincia a frequentare i circoli più influenti, più intellettuali, più mondani, più in, più cool, insomma il nostro poeta sembra dirci: «Ho detto che volevo fare il ribelle, mica il fesso…». 


A sua discolpa bisogna dire che all’epoca questi circoli erano frequentati da gente che si chiamava Asinio Pollione, Cornelio Nepote, Cicerone… insomma personaggi che nemmeno la fantasia più malata riuscirebbe ad immaginare mentre ordinano una bottiglia di champagne piena di bengala al Billionaire.

Proprio in questi ambienti Catullo conosce quella che poi diventerà la sua musa ispiratrice: Clodia.
Clodia è la sorella del tribuno Clodio (in famiglia non si erano sforzati molto sulla scelta dei nomi), donna dall’intelligenza straordinaria, coinvolta in una marea di intrighi e scandali, sposata con Quinto Cecilio Metello Celere, ma con una fila di amanti che nemmeno alle Poste il giorno della pensione, Cicerone in una sua orazione suggerisce che avesse addirittura una relazione incestuosa col fratello.
Insomma proprio una brava ragazza.


Da autentico pollo di allevamento, nato e cresciuto in una campana di vetro, Catullo se ne innamora perdutamente, credendo pure di essere ricambiato.
Manco a dirlo, il rapporto fra Catullo e Clodia è quantomeno burrascoso: lei, a cadenza quasi settimanale, precisa come la Wind quando ti deve scalare il credito, lo lascia e lo piglia come l’ultimo dei cretini, nel frattempo, ovviamente, sotto le sue lenzuola c’è più traffico che nel parcheggio di un centro commerciale sotto Natale.


Piccola digressione sui poeti neoterici.
I poetae novi o neoterici sono quei poeti dell’antica Roma che non hanno il benché minimo interesse né per la politica, né per la vita pubblica, quindi nelle loro opere trattano prevalentemente il tema dell’amore.
Lungi da me mazzolarvi crudelmente i gioielli di famiglia con concetti come la brevitas e il labor limae, voglio porre l’attenzione sulla vera caratteristica che accomuna questa categoria di poeti: muoiono tutti giovani. Vogliamo chiamarlo mal di vivere? Vogliamo dire che «muore giovane chi è caro agli dei»? Vogliamo chiamarla sfiga? Fate un po’ voi, ma io sono convinto che se Darwin avesse letto di come Catullo si comportava con Clodia, l’avrebbe chiamata solo in un modo: selezione naturale.

Fine della digressione.

Naturalmente il povero Catullo non è che nelle sue poesie può scrivere che se la intende con la sorella di un tribuno, tra l’altro pure ammogliata. Per questo motivo decide di attribuirle un nome fittizio: Lesbia, in onore della poetessa Saffo che proveniva dall’isola di Lesbo (l’introduzione di questa parola nel post farà probabilmente salire la percentuale di lettori adolescenti ottenebrati dal testosterone).

Le poesie di Catullo sono contenute nel Liber, la sua unica opera che si divide in tre parti:
  • Le nugae, ovvero poesie dal contenuto leggero
  • I carmina docta, perlopiù elegie di argomento impegnato
  • Epigrammata, la parte che a scuola viene un po’ snobbata, ma che scopriremo essere la più interessante

Leggendo l’opera di Catullo si evince che il pover’uomo probabilmente soffriva di disturbo bipolare: tu te ne stai lì a leggere il carme 7 in cui quasi ti commuovi per questo amore eterno e folle che nessuno potrà mai vincere, poi giri pagina e nel carme 8 lo senti dire: «Addio ragazza, ormai Catullo resiste, non ti cercherà».
E la cosa bella che va avanti così per tutti i 116 componimenti: emotivamente è come salire sulle montagne russe, che a un certo punto ti viene da dire: «Catullo e fai pace col cervello!».


Per quello che mi riguarda, Catullo l’ho sempre trovato un autore un po’ particolare per l’uso delle metafore. Prendiamo il carme 2, per esempio:

Passero, delizia della mia fanciulla,
col quale è solita giocare, che suole tenere in grembo,
cui suole dare, mentre si avventa, la punta del dito
e stuzzicare le pungenti beccate,
quando al mio fulgido amore
piace fare non so che piacevole gioco
e trovare un piccolo conforto per la sua sofferenza,
credo, perché si calmi allora la sua ardente passione;
oh potessi giocare con te come lei
e alleviare i tristi affanni del cuore!
...
Questo mi sarebbe tanto gradito quanto dicono che alla fanciulla
veloce Atalanta fosse gradita la mela aurea
che sciolse la fascia verginale a lungo negata.

Le battute sul passero di Lesbia a scuola sono seconde solamente a quella su L’infinito di Leopardi, eppure se leggiamo attentamente questo carme notiamo una cosa strana: Catullo usa la metafora del passero per descrivere un sentimento bello, limpido, non c’è assolutamente nulla di immorale, tuttavia lui, in qualche modo, decide di occultarlo.

«E allora? Lo fanno tutti i poeti».
Siamo d’accordo, ma c’è una cosa che non sapete di Catullo: avete fatto caso che a scuola non vi fanno mai comprare il Liber, ma al massimo un’antologia? Com’è che non vi hanno mai fatto leggere il carme 42, oppure il 56? E tutti quelli dedicati a Gellio che fine hanno fatto? Perché si dedica così poco tempo agli Epigrammata? È tutta una manovra della Chiesa, della Massoneria, degli Illuminati, degli extraterrestri?
Devo finirla di guardare Mistero.


Il fatto è che il nostro Catullo usa le metafore per parlare d’amore, ma quando deve attaccare qualcuno sembra di parlare con Sgarbi. Per darvi un’idea prendiamo il carme 80, in cui ho sostituito le parolacce con il pio bove di carducciana memoria:

Come puoi, Gellio, spiegare perché queste tue labbrucce rosee
divengono più candide della neve d'inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di pio bove ch'esce dall'inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena rotta di Vittorio,
pover'uomo, e le tue labbra segnate dal pio bove che hai succhiato.

A rileggerla sembra più oscena la mia versione.

Come potete capire siamo lontani dalle sottigliezze di Nevio e Orazio: Catullo è uno che se gli stavi sugli zebedei, tàc, ti faceva un bell’epigramma e passavi alla storia in termini non propriamente lusinghieri.

Tutto ciò dovrebbe farci perdere la stima per il nostro poeta? Assolutamente no! Catullo è come Kurt Cobain, è la rockstar della poesia latina: ha scritto cose d’amore, cose dissacranti e poi se s’è andato all’incirca a trent’anni. Nel senso che è morto, non che ha fatto l’Erasmus.
Quindi portate rispetto a questo grande autore e se vi state disperando perché (come me) a trent’anni non avete ancora combinato nulla, non vi preoccupate, c’è ancora tempo: Mozart è morto a trentacinque.

P.S.
Nel caso vi interessasse il Catullo hot, date un’occhiata ai carmi 6, 15, 16, 21, 23, 25, 32, 37, 39, 41, 42, 56, 74, 80, 88, 89, 94, 97, 98, 111. Ma non dite che ve l’ho suggerito io.


P.P.S.
Cliccate qui per partecipare al sondaggio che si aprirà il 10 ottobre grazie al quale potreste vincere un libro dal valore di ben 0.99 centesimi!

martedì 24 settembre 2013

Contest Time - Salva una parola

Ultimamente fra noi bloggeryoutubersfollowers e un sacco
di altre parole per designare gente cool che non fa una cippa dalla mattina alla sera, va molto di moda il contest.
Per gli aborigeni della Nuova Papuasia o per chi comunque ha una vita sociale degna di questo nome, spiego: un contest è una specie di concorso, di lotteria... «una riffa insomma», direbbe giustamente mio nonno.

Ora, dato che qua siamo tutte persone di un certo livello culturale (si fa per dire), non è che posso fare come ClioMakeUp che scelgo il vincitore per sorteggio... il premio ve lo dovete guadagnare.


Tu, caro/a lettore/lettrice che, mentre leggi questo blog, stai facendo fuori il barattolo della Nutella a colpi di cucchiaino che manco Christopher Lambert in Highlander, giustamente ti starai chiedendo: «Che devo fare?».
Semplice, semplice.


Ci sono delle parole nella lingua italiana che stanno morendo, adesso, dato che sono sostenitore della teoria che meno parole pronunciamo più neuroni muoiono, ho deciso di indire il sondaggio:



SALVA LA PAROLA


Qui ci dovevano essere delle stelline o un effetto neon, ma non sono riuscito a farlo.

In pratica, per le prossime due settimane, non dovrete far altro che lasciare un commento sotto questo post in cui scriverete la parola in disuso che volete salvare, con il vostro nome e cognome (o se preferite un nickname).

Per esempio:
"Desueto"
Trottolinoamoroso88

Al termine delle due settimane partirà il sondaggio vero e proprio della durata di un mese e che vedrete in alto a destra, sulla barra laterale.

«E io che ci guadagno?». Giustissima osservazione.
Chi ha proposto la parola che avrà più voti vincerà nientemeno che un libro della collana Live della Newton Compton con dedica e complimenti del sottoscritto (facoltativa, state tranquilli) che avrò cura di recapitarvi mediante posta ordinaria (ho fatto il conto che con un tre euro al massimo dovrei fare bella figura).

Come ogni concorso che si rispetti però c'è un regolamento:

  1. Si può proporre solo una parola a persona
  2. Non sono ammesse parole che sono state sostituite dal corrispettivo straniero ( per esempio: computatore al posto di computer)
  3. Non sono ammesse parole che effettivamente non potrebbero essere usate oggi, tipo ciambellano (non ce la vedo una conversazione sul tono: «Sai cara, la signora del terzo piano ha assunto un ciambellano nuovo»).
Detto questo, sbizzarritevi e proponete la vostra parola... e non mi costringete a mettere commenti falsi per far vedere che il contest ha avuto successo.

P.S.
In settimana il nuovo post!

venerdì 9 agosto 2013

Buone vacanze (si fa per dire)


Vi ho voluto risparmiare la facile ironia sul «Naufragar m'è dolce in questo mare» o sul «Meriggiare pallido e assorto». A settembre (se tutto va bene) ci saranno novità, nel frattempo godetevi questo mese di agosto e se proprio fa caldo potete sempre «sciacquare i panni in Arno».
Vabbè, non ce l'ho fatta, è stato più forte di me.

martedì 30 luglio 2013

Il Futurismo ovvero l'apoteosi di Batman

L’estate è la stagione che preferisco in assoluto. Premetto che in condizioni normali ho la vitalità di un bradipo alle sei di mattina, ma d’estate… d’estate amici miei, la musica cambia completamente. Avete presente il video Right here right now dei Fatboy Slim? Quello in cui si vede l’evoluzione dell’uomo dallo stato unicellulare, passando per i dinosauri e le scimmie? Ecco, d’estate rivivo il video in questione al contrario, cioè passo dallo stato bradipo allo stato celenterato. Sarà il caldo, sarà l’umidità, sarà la continua esposizione a foto su Facebook di persone in costume da bagno che non fanno che scrivere come si stanno divertendo in spiaggia (ma ti stai divertendo? allora divertiti invece di scartavetrare le gonadi alla povera gente che sta a casa!), ma appena mi sveglio, inconsciamente mi dirigo verso il divano per spiaggiarmi. Tant’è che mio padre tornando da lavoro ha l’abitudine di pungolarmi con un bastoncino di legno come fanno i bambini con le meduse, per verificare il mio stato di decomposizione.

Tra l’altro d’estate divento molto più sensibile nei confronti delle tematiche legate alla terza età. Non sto parlando dell’annoso problema di quelli che portano con l’inganno i nonni nelle case di riposo e li parcheggiano lì per tre mesi facendo credere che lo fanno per loro, né tantomeno di quelli che mentre vanno in spiaggia a farsi il bagno abbandonano il nonno in macchina sotto al sole dicendo: «Vabbè, ma gli ho lasciato un po’ di finestrino aperto».
Nulla di tutto ciò, signori miei. La cosa che più mi manda in bestia è la scarsa considerazione che hanno per gli anziani coloro che fanno i palinsesti televisivi. Secondo costoro infatti appena raggiungi l’età pensionabile, allo scattare della stagione estiva, vieni colto istantaneamente da demenza senile e Alzheimer, non si spiegherebbero altrimenti le repliche messe in loop che si ripropongono ogni quindici giorni, tanto che pure nella Signora in giallo dopo la sesta volta che mandano in onda la stessa puntata, l’assassino si costituisce appena parte la musichetta.


A proposito della Signora in giallo, voglio aprire una parentesi che nulla ha a che fare con questo post, anzi, dato che questo blog è anche uno strumento di denuncia, mi rivolgerò a lei personalmente. 
Jessica, quando stavi alla Rai mi eri simpatica, eri una signora per bene, certo portavi una sfiga assurda, ma questa è un’altra storia… Eri la nonna che tutti vorrebbero, il genere di nonna che viene ai colloqui con gli insegnanti al posto dei genitori, non si sa mai che può rimanerci secca la professoressa di matematica. Adesso però, Jessica, sei passata a Rete 4, perché? Cosa ti hanno promesso? Alla Rai non facevano cene eleganti? Non è che un giorno o l’altro ti ritrovo a fare la meteorina al TG4 mezza nuda? Dai Jessica, ripensaci, ricordati che sei una scrittrice, mica un’igienista dentale!
Chiusa parentesi.


Come dicevo, avendo pur sempre un animo operoso (ma solo l’animo), il fatto che mi areni sul divano peggio di un capodoglio purtroppo non mi dà la soddisfazione che vorrei, infatti dopo due giorni che i volontari di Greenpeace vengono a bagnarmi con l’acqua di mare per impedire che mi si secchi la pelle, vengo assalito dai sensi di colpa per la mia inattività. 
A quel punto decido che devo dare un senso alle migliaia di euro che i miei genitori hanno speso per la mia istruzione e perciò convinco la mia fidanzata a seguirmi in improbabili mostre di arte contemporanea. Prima di proseguire devo però mettere in chiaro due concetti:
  1. Di arte contemporanea non ne capisco nulla, ma essendo fan di Sex and the city, ho scoperto che frequentare queste mostre fa taaaaaaaanto cosmopolita
  2. Lo so che non è formalmente corretto, ma per arte contemporanea intendo qualsiasi cosa sia stata prodotta appena hanno tumulato Picasso

Andare a una mostra di arte contemporanea è un’esperienza che prima o poi tutti dovremmo fare, la prima volta naturalmente ci si sente un po’ in imbarazzo, ma poi capisci qual è il meccanismo, solitamente io faccio così:
  • Mi piazzo davanti a una tela ignorata da tutti e prodotta evidentemente dall’urto accidentale fra un secchio di vernice e uno che è appena uscito da un rave party
  • Comincio a parlare a bassa voce con la mia fidanzata mentre traccio ampi cerchi nell’aria a mo’ di spiegazione.

Tempo due minuti e l’opera viene immediatamente rivalutata: cinque o sei persone vi si affiancheranno cercando di capire cosa stiate dicendo e facendo di tanto in tanto cenni di approvazione. Come detto precedentemente, di arte contemporanea non capisco un accidente, perciò il segreto sta nel non farvi sgamare che in realtà non state parlando di arte, ma state sussurrando alla vostra fidanzata la vostra disapprovazione per il calciomercato.
Provare per credere.


Proprio durante una di queste mostre, mentre osservavo una commovente opera chiamata Viaggio perpetuo, costituita da due tubi di scarico gettati per terra con sapiente maestria, mi rallegravo per il fatto che in Letteratura non esista nulla di simile (no, i libri di Alfonso Marra sullo strategismo sentimentale non rientrano nella sfera della Letteratura e a quanto pare la parola strategismo nemmeno nella grammatica). Dopo la mostra stavo tornando a casa tutto contento, quando mi sono dovuto accostare su una piazzola di emergenza e sono scoppiato a piangere mentre la mia fidanzata mi teneva la mano: mi sono ricordato del Futurismo.

Il Futurismo è una corrente culturale e artistica fondata in Italia agli inizi del XX secolo e, aggiungo io (ma non lo dite a nessuno), la più sopravvalutata in assoluto.
Per capire bene il Futurismo è necessario ricapitolare brevemente l’epoca in cui è nato: il Manifesto Futurista viene pubblicato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti. Il mondo sta vivendo un’era abbastanza tranquilla: da qualche anno non ci sono guerre di “particolare rilevanza”, la crisi del ’29 ancora deve venire, manca qualche anno alle Guerre Mondiali, le donne (almeno quelle di ceto medio-alto) stanno cominciando ad emanciparsi. Ebbene in questo clima come se ne esce Marinetti?


Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, […] il gesto distruttore dei liberatori […] il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere le biblioteche, i musei, le accademie d’ogni specie…

Dite la verità, non è adorabile?

Insomma il Futurismo ce l’ha a morte con tutto ciò che è venuto prima. In linea generale questo non sarebbe un male, se non fosse per il fatto che se critico quello che è venuto prima è perché ritengo che posso fare meglio. Per capirci: Petrarca non amava particolarmente Dante, ma ha scritto il Canzoniere (sì, sì Rerum vulgarium fragmenta, non fate i pignoli però).
I futuristi perciò criticano tutta la poesia precedente, compresi Carducci e Pascoli, ci si aspetterebbe quindi che scrivano delle opere immortali che dovrebbero farci commuovere dal solo titolo, e invece l’apice del Futurismo italiano è sta roba qua:



Insomma, volendo sintetizzare al massimo, tutto il Futurismo si può riassumere in una puntata a caso dei telefilm di Batman degli anni ’60, quelli in cui appena c’era una scena d’azione comparivano i fumetti con le scritte: Bang, Zang, Punch

I futuristi però non ce l’hanno solo con la poesia del passato, ma con tutto ciò che è borghese e antipatriottico, per esempio vorrebbero abolire la pastasciutta: un po’ perché considerata una sorta di religione tutta italiana, un po’ perché spingerebbe al neutralismo, cioè non invoglierebbe l’uomo all’azione, ed effettivamente dopo il secondo piatto di pasta al forno nemmeno io sono molto dinamico.

Il Futurismo ebbe, tra l’altro, anche una parentesi politica, si avvicinò infatti al fascismo. Tuttavia dire che il Futurismo fu fascista è un errore, infatti c’era una ristretta minoranza di poeti futuristi di sinistra. Insomma scrivevano poesie discutibili bipartisan.

Ma allora dobbiamo buttare proprio tutto tutto del Futurismo? Non proprio.

Ora dovrei raccontarvi di grandissime opere letterarie futuriste per salvare questo post, il fatto è che non me ne viene in mente nemmeno mezza, quindi mi limiterò a dire che se non piace a me non è detto che a voi non possa piacere, perciò compratevi una bella raccolta di poesie futuriste e fatemi sapere.

Se proprio vogliamo trovare un lato positivo a questa corrente che si è occupata anche di architettura, pittura e addirittura gastronomia, consideriamo che partendo da essa che si è giunti al Futurismo russo e a Majakovskij. 
Un po’ come quando stiamo aspettando che inizi il film su Italia 1 e nel frattempo dobbiamo sorbirci Enrico Papi. So che potete capirmi.


Quindi la prossima volta che state per gettare la lista dopo aver fatto la spesa, pensateci due volte: potrebbe essere un capolavoro.

E ora, se permettete, ritorno in soggiorno: mi stanno aspettando i volontari di Greenpeace.

martedì 25 giugno 2013

Giovanni Pascoli: L'uomo che sussurrava ai cavalli

La televisione in cucina è una maledizione. No, non siete capitati sul blog di vostro nonno che si lamenta perché a trentasei anni guardate ancora i Simpson, tuttavia dovete ammettere che quella scatola poggiata lì, sul mobile (sono ancora 1.0, a casa mia stiamo aspettando gli schermi ultrapiatti come gli aiuti umanitari della FAO) qualche problemino alla vita di coppia e familiare lo dà. 
Eccome se lo dà.

Siete tornati stanchi da una giornata a scuola, in ufficio, in negozio, in fabbrica, in cantiere… e magari vi va di scambiare due parole con un essere umano? Scordatevelo, toglietevelo completamente dalla testa. Non ci riuscirete.

Ogni volta che tenterete di emettere un qualche tipo di suono che non sia il risucchio del brodino, vi troverete immediatamente catapultati dal tavolo di casa vostra direttamente nella gloriosa Repubblica Popolare Cinese: verrete privati seduta stante del diritto di parola con la seguente frase: «Sshhh, fammi ascoltare», col tipico tono di voce suadente di un dobermann arruolato nelle Waffen-SS.

Purtroppo contro questa ingiustizia non si può fare nulla, quindi smettetela di contattare quelli di Anonymus per hackerare il telecomando di vostra madre o del vostro fidanzato che vi zittisce pure se sta guardando l’imperdibile amichevole San Marino - Congo Belga. In questi casi bisogna imparare dagli antichi: pazienza, invece della maledizione di Tutankhamon a noi è capitata la maledizione di Pippo Baudo.
A casa mia, per esempio, abbiamo sviluppato un distacco tale che nemmeno un monaco buddista che abbia raggiunto il Nirvana


Come molti di voi sapranno durante l’orario di cena vanno in onda i programmi più truculenti: N.C.I.S., Cold Case, Criminal Minds, Veline, Pupo, Enrico Papi, ma soprattutto… C.S.I. Per i pochissimi che non abbiano avuto la fortuna di vedere questo telefilm targato U.S.A., vi riassumo brevemente la struttura narrativa.

I scena- Festa modaiola a cui partecipano solo ragazze in bikini uscite direttamente da Playboy e ragazzi con più tartarughe di tutto l'arcipelago delle Galapagos. Nonostante il tasso di obesità in America sia dell’80% non si trova un ciccione nemmeno a pagarlo

II scena - Durante la suddetta festa tra un tuffo in piscina e un sorso di Martini, come da manuale, ci scappa il morto
III scena - Arrivano i C.S.I., ovvero la scientifica. Contrariamente alla Scientifica italiana non vanno in giro per la scena del crimine vestiti da spermatozoi, con quelle tutine bianche: vestono abiti firmati, scarpe di pelle di panda e soprattutto occhiali da sole griffatissimi, che ti viene da chiederti quanto prendono i poliziotti in America. Dopo aver constatato che la vittima è morta per un’oliva avvelenata nel drink, il tenente dice una frase ad effetto, tipo: «Prima potevi dormire pure con le porte aperte». Parte la sigla degli Who
IV scena - Seguono le analisi delle prove. Quelli di C.S.I. hanno un database enorme: dentro vi sono le impronte digitali di tutta l’umanità da Adamo fino all’Uomo Bicentenario. Inoltre hanno dei macchinari stupendi: vuoi sapere dove è stata prodotta l’oliva fatale? La metti in una provetta e… TAC. Due secondi e il computer ti dice che si tratta di una specie particolare, coltivata solo in Basilicata, hanno usato un concime artificiale fuori commercio. Il contadino si chiama Gino. Stessa cosa pure per il DNA: in Italia impieghiamo sei mesi per fare il test, in C.S.I. bastano trentasei secondi
V scena - Si scopre che tutte le prove non servono a niente: il tenente ha un’idea geniale che porta all’arresto del colpevole
VI scena - In Italia se vieni preso con il coltello in mano mentre stai dando la cinquantaquattresima coltellata alla tua vicina di casa, si usa negare dicendo che sei stato frainteso. In America no, l’interrogatorio più o meno è su questi toni:


«Sei stato tu ad uccidere Caroline con un’oliva avvelenata, coltivata da Gino?»

«No»
«Sicuro?»
«Sì, sono stato io» confessa il colpevole mentre scoppia in un pianto a dirotto

VII scena - Siamo al tramonto (l’omicidio è avvenuto alle dieci di mattina), il tenente dice un’altra frase memorabile sul genere: «Adesso le albicocche non sono saporite come una volta». Rimette gli occhiali da sole. Sigla


Naturalmente ho schematizzato parecchio, tralasciando alcuni piccoli particolari, come il fatto che la regola base per un poliziotto in C.S.I. è: non accendere mai la luce. Se ci fate caso noterete infatti che durante le scene in cui perquisiscono la casa del sospettato, in tutte le dodici stagioni del telefilm, non si vede mai una volta accendere un interruttore, anzi, adesso che ci penso, non mi sembra di aver mai visto un lampadario.

Tuttavia la parte che in più di un’occasione ha rischiato di farci finire in cronaca nera come ennesimo caso di tragedia familiare e portare al divorzio i miei genitori è l’autopsia. 

In un telefilm come C.S.I. l’autopsia è di vitale importanza, una scena irrinunciabile. Il problema è che a casa mia il televisore è di 32 pollici e sta su un mobiletto a dodici centimetri (dodici!) dal tavolo. «Embè?» direte voi. Embè? Praticamente è come se il cadavere fosse direttamente sul nostro tavolo: se riuscite a mangiare tranquillamente le scaloppine mentre sotto al naso vi stanno tirando fuori l’intestino crasso di un povero disgraziato manco fossero salsicce di maiale, qualche domandina me la farei. 


Ebbene, è proprio durante questa scena che lo spettatore medio (nel nostro caso lo definiremo mio padre) si ribella alla macelleria messicana e tenta di convincere l’ultras della serie (che chiameremo mia madre) a cambiare canale adducendo le seguenti motivazioni:
  •  Disturbi di carattere gastro-intestinale alla vista di pezzi di cervello che somigliano sinistramente al ragù alla bolognese che sta tentando di mangiare
  • «Sull’altro canale sta iniziando il telegiornale»
  • Le storie mancano di verosimiglianza

Concentriamoci su questo punto: avete presente le scene da tragedia greca quando siete al ristorante e mangiando una bruschetta per caso vi cade una gocciolina d’olio sulla camicia, no? Ora, in una puntata c’era una donna che si “incontrava” con l’amante nello stesso letto in cui dormiva col marito. Niente di strano, direte voi. Niente, a parte il fatto che la signora in questione con il suo amico si cospargeva completamente di olio d’oliva dalla testa ai piedi manco fossero due melanzane e lui, il marito, tornando a casa da lavoro non si accorgeva di nulla. Evidentemente al posto del materasso avrà usato la carta Scottex.

Purtroppo però, per quanto la serie mi faccia schifo, sono costretto ad ammettere che in Letteratura c’è anche di peggio e non sto parlando di romanzi, ma della vita degli autori, e in particolar modo uno: Giovanni Pascoli.

Giovanni Pascoli, insieme a Carducci e a Montale, è il genere di autori che amo definire a scadenza. Sì, perché normalmente uno studente dopo che abbia fatto l’esame o l’interrogazione, qualcosa di Svevo, Dante o Manzoni se lo ricorda, invece Pascoli no. Pascoli è un po’ come Garibaldi: tutti sanno che è esistito, che è stato un grande, ma a parte le cose basilari, nessuno si ricorda che cacchio ha fatto. 

Ad ogni modo, Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 in Romagna, quarto di dieci figli. La vita gli fa capire fin da subito che è nato sotto la buona stella: a dodici anni il padre Ruggiero viene ucciso da un agguato in perfetto stile mafioso. Dico stile mafioso per due motivi:
  1. Ruggiero Pascoli probabilmente venne ucciso perché non favorì un criminale locale
  2. All’omicidio assistettero diverse persone, ma nessuno testimoniò. Del resto lo sappiamo che si ragiona così nel Meridione… ah no, scusate era l’Emilia Romagna

Dato che sono fortunati di famiglia, i Pascoli cominciano prima a cadere in miseria, poi per varie circostanze muoiono nell’ordine: la madre e tre dei dieci fratelli. Tuttavia il giovane Giovanni fra alti e bassi, compresa una bocciatura (ma non lo dite alla vostra prof di Letteratura), riesce a diplomarsi e ad iscriversi all’università.

Durante gli anni universitari Pascoli ha come professore nientemeno che Giosuè Carducci, che è un po’ come iscriversi alla scuola guida e trovarsi Michael Schumacher a fare l’istruttore, soprattutto però si avvicina alle idee anarchico-socialiste. 

Il problema di Pascoli non sono tanto le idee, quanto la volontà. Infatti essere anarchico alla fine dell’Ottocento era difficile: venivi guardato come un sovversivo, ti scambiavano per un terrorista, passavi per delinquente. Insomma pari pari agli anni Settanta, solo che nell’Ottocento faceva molto meno figo, forse perché non avevano ancora inventato l’eschimo. Valle a capire certe cose.

Pascoli non aveva il fisico adatto per fare certe cose, difatti partecipa a una sola manifestazione politica in tutta la sua vita e viene arrestato. Immaginate che fortuna. Dopo poco più di tre mesi esce di galera grazie anche all’intercessione dello stesso Carducci (vabbè non è che ve lo devo spiegare io come vanno ste cose) e pensa di suicidarsi, ma capita un miracolo: gli viene assegnata la cattedra di latino e greco in un liceo di Matera.

Ora inizia la parte della vita di Pascoli che normalmente fa girare i cosiddetti agli equilibristi della scuola (ormai essere precari è troppo easy). Infatti Pascoli comincia a girare l’Italia insegnando in vari licei e università, ma si sente insoddisfatto perché vorrebbe ritornare nel suo paesello natio: San Mauro di Romagna. Roba che se si fosse lamentato al giorno d’oggi lo avrebbero lapidato con i libri di Giorgio Faletti: dodici chili l’uno.

In ogni caso il nostro buon Pascoli riesce a essere trasferito in provincia di Lucca e, per la gioia di ogni psichiatra, compra una casa in cui vive con la sorella Maria.

Quando si accenna alla sorella di Pascoli normalmente gli studenti si guardano intorno disorientati ed effettivamente un pochino hanno ragione ce l’hanno, perché:
  • Pascoli per vivere con le sorelle rinuncerà a sposarsi
  • Considerò il matrimonio della sorella Ida una sorta di tradimento (sì, proprio nel senso che state immaginando)
  • Il fatto che lui chiami casa sua «nido familiare», personalmente a me ricorda Charles Manson che chiamava la sua setta «La Famiglia»

Qual era il rapporto fra Giovanni e Maria? È una domanda che gli storici e gli studiosi si sono posti da tempo immemore e dopo approfondite ricerche e centinaia di volumi scritti sull’argomento, sono giunti a una conclusione sorprendente che si può tranquillamente riassumere in sei parole: NON CE NE FREGA UNA BEATA.

Già, perché tutto ciò non influisce minimamente sulla poetica di Pascoli e sul fanciullino, di cui non vi parlerò nemmeno sotto tortura.

Piuttosto merita attenzione un aspetto del poeta che a scuola viene clamorosamente sorvolato.

Avete presente Pascoli, no? Il poeta delle piccole cose, quello che si rifugiava nella vita agreste, che voleva un ritorno alle origini? Ecco, beveva come un autotreno carico di tirolesi.
Infatti negli ultimi anni della sua vita cadde in una profonda depressione che lo portò a bere talmente tanto da procurarsi una cirrosi epatica, anche se la sorella Maria fece di tutto per far credere che fosse morto per altre circostanze.


Ora vi starete domandando che diavolo c’entra C.S.I. con Giovanni Pascoli, ebbene amici miei, vi dico che Pascoli è molto meglio di qualsiasi telefilm di dubbio gusto che abbiate visto finora. Nella scala di Tommaso, ovvero l’unità di misura con cui calcolo le boiate immani sparate da una persona senza essere sotto l’effetto di alcuna sostanza (il nome deriva da Tommaso M., mio compagno di scuola ai tempi del liceo, capace di un coefficiente pari a dodici p/m - palle/minuto), La Cavalla Storna raggiunge quota diciotto.

Per chi non lo sapesse La Cavalla Storna è dedicata alla cavalla che portò il padre di Pascoli a casa dopo che l’ebbero fucilato, nonché unica testimone attendibile del delitto. In pratica il componimento è una sorta di interrogatorio a sta povera bestia che non solo se la sarà fatta nelle mutande per gli spari (stiamo usando una metafora), ma viene pure molestata dalla madre di Pascoli che ogni due secondi le ripete:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna

Tsè, altro che database di C.S.I.

Se la scena della donna che parla con la cavalla mentre i bambini cercano di chiamare il 118 per farla ricoverare non vi sembra verosimile, allora significa che non avete letto per intero la poesia. Infatti a un certo punto l’interrogatorio si fa più incalzante e la madre di Pascoli dice:

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come

Cioè manca poco che non si arrivi a un confronto all’americana, con i sospettati dietro uno specchio e la cavalla seduta che dice: «Mmm, non fisionomista, ma mi sembra sia il tipo bassino col tatuaggio».


Qui Pascoli potrebbe ancora salvarsi accennando al fatto che la madre fosse disperata, che si trovava in stato di shock e non si rendeva conto di quello che stava facendo, ma Giovannino decide di giocarsi l’ultima carta, perciò la donna fa il nome di chi secondo lei possa aver ucciso il marito e…

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito

Vale a dire la cavalla confessa, dimostrando due cose nell’ordine:
  1. La mamma di Pascoli mangia in testa a San Francesco e al Dottor Dolittle
  2. La cavalla di Pascoli è la prima testimone di mafia della storia d’Italia, dimostrando tra l’altro più senso civico della restante popolazione di San Mauro di Romagna

Va da sé che considerare la poetica di Pascoli basandosi solo su La Cavalla storna è un po’ come giudicare la filmografia italiana avendo guardato solo i film di Muccino: è un tantinello riduttivo. Ma del resto mica pensavate di poter evitare di studiare solamente leggendo questo blog?



Giovanni Pascoli fu uno straordinario poeta capace di comporre anche in latino e in greco e proprio grazie ai proventi dei concorsi di poesia a cui partecipò riuscì a comprare casa (una volta fare poesia pagava). Senza contare che fu un intellettuale di alto livello e esponente del Decadentismo italiano assieme D’Annunzio (e qui le analogie sono finite).


E poi, almeno in Pascoli, l’assassino non è il maggiordomo.