Finalmente siamo giunti al termine di questo Contest Time "Salva una parola". Dopo un appassionante testa a testa fra Pacchiarotto e Algido, alla fine il popolo (dieci persone) ha sentenziato che Algido merita di restare a imperitura memoria per i posteri.
Che dire, ringrazio tutti coloro che hanno proposto una parola da salvare e quanti hanno votato.
Fatemi sapere se volete altri contest del genere.
Ah, prima che mi dimentichi: la vincitrice verrà subito contattata, il tempo di ordinare il tappeto rosso e noleggiare lo smoking per la premiazione.
Per coloro che invece non ce l'hanno fatta, pubblico la foto del bellissimo premio in palio, in modo che possano sportivamente mangiarsi il fegato.
martedì 19 novembre 2013
giovedì 14 novembre 2013
Delitto e castigo: il dramma dei fustini
Ho profonda nostalgia dello spam 1.0. Quei bei volantini rassicuranti che ti mettevano nella
cassetta della posta, riciclando i quali potevi salvare tre quarti di foresta
pluviale. Per i più giovani (adesso si dice nativi
digitali) sintetizzo.
Dovete sapere che molto tempo fa, in un’epoca lontana in cui le persone si
citofonavano ancora sotto casa, invece di mandarsi un messaggio su Whatsapp per dire: «Scendi, che sono
arrivato», esistevano dei misteriosi benefattori che lasciavano nelle cassette
delle lettere delle vecchiette dei suadenti volantini così pieni di immagini di
santi che bastava averne uno per evitare di pagare l’IMU, in quanto la
denominazione di casa passava da abitazione
a edificio di culto, del tipo:
Sulle tracce di Padre
Pio
Giornata di preghiera e meditazione a San Giovanni Rotondo
Quota di partecipazione 5 euro!!!
Programma:
ore 07.00: Partenza sotto casa
ore 8.30: Prima sosta all’Autogrill per rifocillarsi e per gli amici deboli di prostata
ore 9.30: Seconda sosta all’Autogrill per rifocillarsi e controllo glicemia
ore 10.15: Arrivo a San Giovanni Rotondo
ore 10.15 - 10.25: Visita della Basilica di San Giovanni Rotondo, della Tomba di Padre Pio, celebrazione della Santa Messa, visita al museo di Padre Pio, visita guidata alla cittadina di San Giovanni Rotondo, tour nel mercatino per acquisti souvenir
ore 11.00: Pranzo in ristorante comprendente: aperitivo di benvenuto, antipasto, primo, secondo, contorno, acqua, vino, bevande, pane, grissini, dolce, caffè, amaro, digestivo
ore 12.00: Rientro a casa con breve presentazione
Giornata di preghiera e meditazione a San Giovanni Rotondo
Quota di partecipazione 5 euro!!!
Programma:
ore 07.00: Partenza sotto casa
ore 8.30: Prima sosta all’Autogrill per rifocillarsi e per gli amici deboli di prostata
ore 9.30: Seconda sosta all’Autogrill per rifocillarsi e controllo glicemia
ore 10.15: Arrivo a San Giovanni Rotondo
ore 10.15 - 10.25: Visita della Basilica di San Giovanni Rotondo, della Tomba di Padre Pio, celebrazione della Santa Messa, visita al museo di Padre Pio, visita guidata alla cittadina di San Giovanni Rotondo, tour nel mercatino per acquisti souvenir
ore 11.00: Pranzo in ristorante comprendente: aperitivo di benvenuto, antipasto, primo, secondo, contorno, acqua, vino, bevande, pane, grissini, dolce, caffè, amaro, digestivo
ore 12.00: Rientro a casa con breve presentazione
«Convenientissimo», direte voi. A dire la verità, il trucco
consisteva nella «breve presentazione», praticamente ti sequestravano per
dodici ore nel ristorante Zi’ Mariuccio
costringendoti a vedere dimostrazioni di batterie di pentole con il fondo
spesso quanto quello del batiscafo Trieste,
materassi ergonomici, aspirapolveri potenti come Boeing 747 in fase di decollo
e altri elettrodomestici di dubbio gusto e utilità. Naturalmente la vecchietta
era liberissima di non comprare nulla e poteva evitare di spendere i soldi che
aveva messo da parte per il matrimonio della nipote, ritornando tranquillamente
a casa: magari prima un orecchio, poi un mignolo e così via.
Oggi le cose sono profondamente cambiate, lo spam della mia
casella email si divide in tre macrocategorie:
- Quelli che sono preoccupati per mia autostima: per lo più cercano di vendermi Viagra e Cialis
- Quelli che sono preoccupati per la mia linea: o mi offrono coupon per panuozzi illimitati o cercano di farmi dimagrire a forza di tisane diuretiche
- Quelli che sono preoccupati per il mio portafogli: ti offrono l’opportunità di guadagnare stando comodamente a casa senza dover necessariamente congelare il cadavere di tua nonna per continuare a ritirarne la pensione
Per quanto mi riproponga di cestinare lo spam senza nemmeno aprirlo, prevale in
me il cosiddetto effetto del gattino
spiaccicato: è, in pratica, quel richiamo ancestrale e irresistibile che ci
costringe a posare lo sguardo su cose truculente e che ci fanno profondo
ribrezzo. Come quando per strada vediamo un gatto spiaccicato, appunto.
Tuttavia, se ho avuto l’occasione di esplorare il
meraviglioso mondo che si schiude al di là del casello autostradale di Cassino,
lo devo proprio allo spam e alle
meravigliose offerte di viaggio che puntualmente mi arrivano sulla mia casella
email. Vi concedo che non sono alberghi a cinque stelle e che le compagnie di
volo sono low cost, ma almeno le
probabilità di tornare a casa sani e salvi dopo un incidente aereo sulle Alpi
svizzere sono maggiori di quelle di rivedere i propri cari dopo il suddetto
viaggio a San Giovanni Rotondo.
Come ogni italiano che si
rispetti, la mia paura principale quando vado all’estero non è tanto quella che
mi possano rapire/rapinare/violentare/vendere i miei organi/immettermi nel
circuito dei combattimenti clandestini. No, il mio timore fondamentale può
essere racchiuso nella frase: «E mo, che mi mangio?», con la particella
riflessiva mi che esprime la più
profonda costernazione.
A questo punto in me si combattono due anime:
- Quella no global che dice: «I piatti tipici sono parte della cultura di un Paese, non fare il solito turista che fa quattordicimilasettecentocinquanta chilometri per mangiare la pizza»
- L’anima più gretta e pratica che mi sussurra: «Ricordati del viaggio di tuo zio in Tailandia, che per quindici giorni si è strafogato di pappardelle di cincillà convinto che fossero di cinghiale»
Così, i primi giorni cerchi di essere open mind e frequenti bettole a cui non si accosterebbe con un
bastone nemmeno lo Chef Rubio, il
problema è che non lo puoi fare sempre.
Mi spiego: fin quando sei in Portogallo o in Spagna, una trattoria che fa menu
turistici a 2.99 euro ancora ancora la trovi, ma provate a cercarla in Francia
o in Inghilterra. Sì, lo so che a Londra ci sono i Fish’n’Chips, ma se, dopo il terzo giorno di alimentazione a base
di bastoncini di merluzzo e patate fritte, in metropolitana vedi il Capitan
Findus conversare allegramente con Mister Potato di Toy Story, allora capisci di avere qualche problema. E fai un passo
che non avresti mai fatto a casa tua: andare da McDonald’s.
Adesso, per quanto non apprezzi particolarmente il cibo da fast food, devo riconoscere che c’è un
elemento rassicurante nei McDonald’s:
che tu sia alla periferia di Campobasso o nella Nuova Guinea Francese, troverai
sempre gli stessi panini; non c’è assolutamente nulla da decidere: fai la
fila-paghi-prendi il panino.
Tuttavia il destino è beffardo, e dopo che hai fatto quattro ore di fila combattendo
strenuamente contro padri che portano figlie sulle spalle e adolescenti del
luogo che mettono in dubbio la moralità di tua madre, proprio quando sei a un
passo dalla meta, scopri che quel simpatico ragazzotto con gli occhiali che ti
divide dalla cassiera è proprio lui: l’indeciso.
Sulle origini di questa controversa figura la comunità
accademica è ancora divisa: infatti secondo alcuni studiosi di Cambridge esso
sarebbe rimasto congelato migliaia di anni come l’Uomo del Similaun, secondo
invece la maggioranza degli scienziati esso sarebbe animato solo da livore per
la lunga attesa in fila che si ripercuote su quelli che stanno dopo di lui.
In ogni caso, entrambe le ipotesi spiegano come mai l’indeciso non sia assolutamente a conoscenza di come funziona un fast food ed impieghi perciò dai 15 ai
45 minuti a fare ragionamenti ad alta voce come i concorrenti di Chi vuol essere milionario?: «Se prendo
il Big Mac ci sono due hamburger, ma
nel Crispy McBacon c’è la pancetta che
mi piace tanto, senza contare che nel McChicken
c’è quella salsa…» e alla fine ordina le rane in umido e un bicchiere di prosecco.
Direte: «Ma l’indeciso è una figura che è nata con il
capitalismo selvaggio, con l’avvento di questa società che bada più alla forma
che ai contenuti e che ti inganna consentendo sì il diritto di scelta, ma solo
sulle cose futili…». Purtroppo no, amici miei, l’indeciso c’è sempre stato, ce
lo testimonia Fëdor Dostoevskij con il
suo monolitico Delitto e castigo.
Il vero protagonista di questo libro è infatti l’indecisione.
Sarà che in Russia d’inverno faceva freddo e non si poteva
uscire di casa, sarà che il nostro caro Dostoevskij
avrà trovato in offerta su Ebay
diciotto risme di carta, fatto sta che le millecinquecento pagine che
compongono questo romanzo potrebbero essere agevolmente sintetizzate così:
Un ragazzo senza una lira
decide di uccidere una strozzina. Alla fine lo acchiappano.
Prima
di vedere come Dostoevskij riesce a consumare ventisei barili di inchiostro per
spiegare questo concetto, è necessario mettere in guardia il lettore che si
avvicini a un romanzo russo, perciò, dopo aver fatto partire un adeguato sottofondo musicale, ecco a voi la:
Adesso potete stoppare il sottofondo musicale.
Come dicevo, Delitto e castigo si basa tutto sul giovane Rodion Romanovič
Raskol'nikov (ma che nel libro viene chiamato anche Rodiòn
Romanyč Raskòl'nikov, e a cui gli amici si rivolgono affettuosamente anche con:
Rodja e Rodka, adesso capite perché vi serve il taccuino), uno studente
squattrinato (figura ormai scomparsa) che decide di ammazzare una vecchia
usuraia che lo sfrutta. E già per questo il protagonista meriterebbe tutta la
nostra stima.
Il problema è che il 90% del romanzo è costituito dai
monologhi interiori di Rodja che da un lato vorrebbe (giustamente) spiaccicare
la vecchia sotto un treno ad alta velocità, d’altro canto però è un bravo
ragazzo, perciò è molto indeciso sul da farsi.
Insomma Rodja non solo è il prototipo dell’indeciso che fa la fila al McDonald’s, ma tutto Delitto e castigo potrebbe essere
riassunto con la pubblicità del detersivo: «Signora accetterebbe di cambiare il
suo Dash con due fustini?».
Alla fine il nostro Rodion
Romanovič Raskol'nikov (lo so che non avete letto il nome per intero e vi siete
fermati a Rodion) ammazza la vecchia, purtroppo però di mezzo ci va anche
Lizaveta Ivanovna, l’innocente sorella dell’usuraia. Il risultato è che il
restante 10% del romanzo è ambientato sul divano del protagonista che, in preda
al senso di colpa, ha delle visioni e mangia dell’ottima zuppa di cipolle
praticamente una pagina sì e una no.
«Tutto
qui? E il resto del romanzo?». Beh, a dire la verità capitano cose di poco
conto, per esempio arrivano in città la madre e Dunja, la sorella di Rodja (di
cui vi risparmio i nomi completi per il bene che vi voglio) che non portano il
ragazzo in comunità di recupero solo perché non le hanno ancora inventate. Poi
c’è l’ex datore di lavoro, pedofilo, di Dunja che attraversa mezza Russia per
molestarla, diventando il primo stalker che
la letteratura ricordi. A un certo punto entra in scena anche Lužin, il danaroso fidanzato
della bella Dunja, che non vede l’ora di sposarsi per avere una moglie che lo
riverisca e che gli sia eternamente grata per averla sollevata dalla miseria.
Insomma, più leggiamo Delitto e castigo,
più ci convinciamo che forse forse Rodja già che c’era avrebbe fatto meglio ad
accoppare altri cinque-sei personaggi.
Naturalmente alla fine il bene
trionfa e Rodja si costituisce pur di togliersi di torno tutta la marmaglia che
gira attorno al suo divano… eppure c’è un lieto fine. Il ragazzo infatti viene
sbattuto in Siberia (si vede che era una tradizione anche in epoca zarista) e
nel suo destino lo segue Sonja, la figlia di un ubriacone che Rodja aveva
conosciuto tempo addietro. Inizialmente il giovane sembra quasi infastidito da
questa presenza, ma dagli oggi, dagli domani, si innamora e per di più diventa
anche credente.
Ma perché uno dovrebbe scomodarsi a
leggere Delitto e castigo? In primis
si tratta di un romanzo molto particolare: Rodja per certi versi somiglia a
Julien Sorel, protagonista de Il Rosso e
il Nero di Stendhal: simpatico come una fistola proprio lì, dove non batte
il sole. All’inizio facciamo un po’ di fatica a simpatizzare con il personaggio
che è presuntuoso, supponente e pure un poco poco scassaca…, però man mano che
proseguiamo con la lettura capiamo che si tratta di una maschera che indossa
per non essere aggredito. Pirandello quindi non s’è inventato niente di nuovo.
Non ve la sentite ancora di
affittare un muletto per ritirarlo in libreria? Allora considerate che Delitto e castigo è un romanzo con vari
livelli di lettura: possiamo considerarlo uno dei primi romanzi gialli,
possiamo guardarlo come una sorta di anticipazione delle storie di Kafka,
possiamo analizzarlo nell’ottica cristiana, che prevede il perdono purché
sentito. Pasolini ci ha addirittura visto il complesso di Edipo.
E se proprio ci troviamo in difficoltà possiamo tirare in ballo Dante (che va sempre
bene): Rodja è un ragazzo tormentato e per raggiungere il suo paradiso deve passare
per l’abisso della sua mente (questa me lo sono inventata io, quindi domani non
andate in biblioteca a fare i fighi con questa frase).
Piccola curiosità: Dostoevskij chiamò il romanzo Delitto e castigo in onore del trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, di cui lo scrittore
russo era grande ammiratore e con cui condivideva il rifiuto della pena di
morte. Questa chicca la potete usare nel molto improbabile caso che a cena fra
amici, giocando a Trivial Pursuit, vi
capiti l’argomento Romanzi russi.
Prendetevi
allora quindici giorni di ferie e spendete i vostri soldi per comprare Delitto e castigo. Tanto il Viagra che
vendono su internet non funziona.
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giovedì 10 ottobre 2013
Contest Time - Salva una parola: Il Sondaggio
Pur avendomi creato una settantina di identità false per dare credibilità a questo blog, nel caso nessuno avesse partecipato al contest, sono contento che molti di voi abbiano proposto una parola da salvare (vi confesso che in almeno un paio di casi ho dovuto guardare sul vocabolario).
Adesso, dato che sono cresciuto fra anni '80 e '90, i miei riferimenti culturali sono essenzialmente due: il Festivalbar e i giochi di Jocelyn, ed è proprio ispirandomi a questi ultimi che dichiaro aperta la seconda parte del Contest Time.
Per un mese (giorno più, giorno meno) potrete votare la vostra parola da salvare semplicemente selezionandola dal sondaggio che vedete nella parte destra del blog e cliccare su Voto. Essendo profondamente democratico, potete selezionare anche più di una parola per volta.
Al termine del sondaggio, che scadrà il 10 novembre, il lettore/la lettrice che avrà proposto la parola più votata vincerà un bellissimo libro della collana Live della Newton-Compton del valore di addirittura 0.99 euro. Insomma mi voglio proprio rovinare.
Di solito i blogger seri concludono questo tipo di post con una frase profonda, a me questo momento l'unica cosa che mi viene in mente è: «quando vi capita più di votare senza nessuno che vi promette un posto di lavoro?».
Buon sondaggio!
Adesso, dato che sono cresciuto fra anni '80 e '90, i miei riferimenti culturali sono essenzialmente due: il Festivalbar e i giochi di Jocelyn, ed è proprio ispirandomi a questi ultimi che dichiaro aperta la seconda parte del Contest Time.
Per un mese (giorno più, giorno meno) potrete votare la vostra parola da salvare semplicemente selezionandola dal sondaggio che vedete nella parte destra del blog e cliccare su Voto. Essendo profondamente democratico, potete selezionare anche più di una parola per volta.
Al termine del sondaggio, che scadrà il 10 novembre, il lettore/la lettrice che avrà proposto la parola più votata vincerà un bellissimo libro della collana Live della Newton-Compton del valore di addirittura 0.99 euro. Insomma mi voglio proprio rovinare.
Di solito i blogger seri concludono questo tipo di post con una frase profonda, a me questo momento l'unica cosa che mi viene in mente è: «quando vi capita più di votare senza nessuno che vi promette un posto di lavoro?».
Buon sondaggio!
venerdì 4 ottobre 2013
Catullo: il passero solitario
Qualche giorno fa sfogliavo tranquillo tranquillo una delle
riviste di semiotica che sono solito comprare (adesso non mi ricordo se fosse Cioè o Girl Power) e, mentre leggevo un interessantissimo articolo dal
titolo: «Come non rimanere incinta sfiorando il gomito del compagno di banco»,
mi è caduto l’occhio su un trafiletto che recitava più o meno così: «Una
persona usa in media cento parole nella sua vita».
I successivi venti minuti li ho passati nella più profonda tristezza pensando a
questo poveretto che si esprime solo con cento parole, poi ho capito che il
discorso era generale.
E la tristezza è diventata disperazione.
Secondo un recente studio, mediamente un cane riesce a
comprendere all’incirca un centinaio di parole (ho cercato l’articolo su Google
per dare una solida base scientifica a questa affermazione, ma non l’ho
trovato. Comunque VI GIURO che non l’ho sentito da Studio Aperto). Cosa significa tutto ciò?
Molto semplice: che probabilmente, così come esiste il giurassico, il cretaceo,
il pleistocene e così via, esisterà un giorno il chihuahuasico e il pro-pro-pro-pro…nipote di Piero Angela (sì,
immagino un futuro in cui ci sia ancora vera meritocrazia) dirà:
In questa era gli
esseri umani si esprimevano con il vocabolario di un cane dislessico, bastavano
i concetti base: “mamma”, “papà”, “cacca”, “pipì”, “manda questo msg a 10
persone per salvare un bambino affetto da unghia incarnita”.
Che, tra l’altro, vorrei vederlo in faccia sto medico
fetente che non salva i bambini se non arrivano tot sms.
Vabbè, ma questa è un’altra storia.
Per capire quanto la situazione sia grave, basta considerare
che un dizionario a caso della lingua italiana contiene all’incirca 280.000
lemmi per tremila pagine: immaginate di dover scrivere, non dico l’Orlando furioso, ma la lista della spesa
solo con le prime tre pagine.
A parte l’evidente disagio di avere il frigorifero pieno di roba con inizia con
la A, potete capire che le difficoltà sono serie.
Adesso dovrei attaccare una filippica di nove pagine in cui
dico che nei bei tempi antichi le cose andavano diversamente, che non si
parlava mica come adesso, che i pensieri erano più profondi. Certo che le cose
andavano diversamente: era molto peggio!
Partendo dall’epoca di Pascoli e andando a ritroso fino a Omero abbiamo un
tasso di analfabetismo fra la popolazione pari solo alle interviste a bordo
campo al termine delle partite di calcio o a un raduno degli ultimi trenta
Ministri dell’Istruzione. Decidete voi.
Non siete convinti della bontà di questa affermazione?
Credete che davvero nell’antica Grecia i pastori andassero in giro con la lira
a declamare poesie? E il formaggio quando lo facevano allora?
In realtà il problema della povertà della lingua c’è sempre
stato ed è appunto per ovviarlo che è nata la poesia e, soprattutto, la
metafora.
Prendiamo un esempio di vita quotidiana: siete in metropolitana e la persona
vicino a voi ha un alito talmente pestilenziale che vi sorge il dubbio che da
qualche parte si sia rotta una conduttura del metano. Normalmente direste
qualcosa del tipo:
Ohi bello, pigliati
una mentina che per prendere fiato ho dovuto mettere la testa sotto le ascelle
di quel giocatore di rugby.
Invece, con l’aiuto della metafora potreste dire:
Oh tu, che hai
spalancato le porte degli Inferi aprendo il fetido pertugio da cui emetti
favella, orsù, afferra lesto questo candido dono di Eolo, dominatore di venti,
affinché non sia costretto a cercare asilo presso le madide braccia di quel
discobolo che ha appena terminato di gareggiare.
Provocando non solo una ola
in tutto il vagone, ma anche l’intervento d’urgenza della neuro.
Se però vogliamo essere precisi, bisogna dire che non sempre
la poesia è sinonimo di metafora e viceversa. L’esempio vivente in tal senso è
il grande poeta latino Catullo.
Gaio Valerio Catullo nasce a Verona l’87 a.C. Come facciamo
ad essere così sicuri sulla data di nascita? Perché ce lo dice San Gerolamo nel
Chronicon, una mastodontica cronaca
universale affidabile quanto un editoriale di Alessandro Sallusti. Credo che ci
siamo capiti.
Catullo proviene da una famiglia agiata, il padre è amico
intimo di Giulio Cesare e Quinto Metello Celere, però lui odia la politica e, come
ogni giovane ribelle, decide di prendere una decisione sofferta, le alternative
erano due:
- Andare in Tracia a lavorare come schiavo diciotto ore al giorno nelle miniere di salgemma
- Diventare un artista
Naturalmente intraprende la strada più difficile: diventare
un artista.
A tale scopo parte per Roma e «dipinge paesaggi sotto la
stazione Termini?», direte voi.
No, no.
Il giovane Catullo comincia a frequentare i circoli più influenti, più
intellettuali, più mondani, più in,
più cool, insomma il nostro poeta sembra
dirci: «Ho detto che volevo fare il ribelle, mica il fesso…».
A sua discolpa bisogna dire che all’epoca questi circoli erano frequentati da
gente che si chiamava Asinio Pollione, Cornelio Nepote, Cicerone… insomma
personaggi che nemmeno la fantasia più malata riuscirebbe ad immaginare mentre
ordinano una bottiglia di champagne piena di bengala al Billionaire.
Proprio in questi ambienti Catullo conosce quella che poi
diventerà la sua musa ispiratrice: Clodia.
Clodia è la sorella del tribuno Clodio (in famiglia non si erano sforzati molto
sulla scelta dei nomi), donna dall’intelligenza straordinaria, coinvolta in una
marea di intrighi e scandali, sposata con Quinto Cecilio Metello Celere, ma con
una fila di amanti che nemmeno alle Poste il giorno della pensione, Cicerone in
una sua orazione suggerisce che avesse addirittura una relazione incestuosa col
fratello.
Insomma proprio una brava ragazza.
Da autentico pollo di allevamento, nato e cresciuto in una
campana di vetro, Catullo se ne innamora perdutamente, credendo pure di essere
ricambiato.
Manco a dirlo, il rapporto fra Catullo e Clodia è quantomeno burrascoso: lei, a
cadenza quasi settimanale, precisa come la Wind
quando ti deve scalare il credito, lo lascia e lo piglia come l’ultimo dei
cretini, nel frattempo, ovviamente, sotto le sue lenzuola c’è più traffico che
nel parcheggio di un centro commerciale sotto Natale.
Piccola digressione sui poeti neoterici.
I poetae novi o neoterici sono quei poeti dell’antica Roma che non hanno il benché
minimo interesse né per la politica, né per la vita pubblica, quindi nelle loro
opere trattano prevalentemente il tema dell’amore.
Lungi da me mazzolarvi crudelmente i gioielli di famiglia con concetti come la brevitas e il labor limae, voglio porre l’attenzione sulla vera caratteristica
che accomuna questa categoria di poeti: muoiono tutti giovani. Vogliamo chiamarlo
mal di vivere? Vogliamo dire che «muore giovane chi è caro agli dei»? Vogliamo
chiamarla sfiga? Fate un po’ voi, ma io sono convinto che se Darwin avesse
letto di come Catullo si comportava con Clodia, l’avrebbe chiamata solo in un
modo: selezione naturale.
Fine della digressione.
Naturalmente il povero Catullo non è che nelle sue poesie
può scrivere che se la intende con la sorella di un tribuno, tra l’altro pure
ammogliata. Per questo motivo decide di attribuirle un nome fittizio: Lesbia,
in onore della poetessa Saffo che proveniva dall’isola di Lesbo (l’introduzione
di questa parola nel post farà probabilmente salire la percentuale di lettori
adolescenti ottenebrati dal testosterone).
Le poesie di Catullo sono contenute nel Liber, la sua unica opera che si divide in tre parti:
- Le nugae, ovvero poesie dal contenuto leggero
- I carmina docta, perlopiù elegie di argomento impegnato
- Epigrammata, la parte che a scuola viene un po’ snobbata, ma che scopriremo essere la più interessante
Leggendo l’opera di Catullo si evince che il pover’uomo
probabilmente soffriva di disturbo bipolare: tu te ne stai lì a leggere il carme 7 in cui quasi ti commuovi per
questo amore eterno e folle che nessuno potrà mai vincere, poi giri pagina e
nel carme 8 lo senti dire: «Addio
ragazza, ormai Catullo resiste, non ti cercherà».
E la cosa bella che va avanti così per tutti i 116 componimenti: emotivamente è
come salire sulle montagne russe, che a un certo punto ti viene da dire:
«Catullo e fai pace col cervello!».
Per quello che mi riguarda, Catullo l’ho sempre trovato un
autore un po’ particolare per l’uso delle metafore. Prendiamo il carme 2, per esempio:
Passero, delizia della
mia fanciulla,
col quale è solita
giocare, che suole tenere in grembo,
cui suole dare, mentre
si avventa, la punta del dito
e stuzzicare le pungenti
beccate,
quando al mio fulgido
amore
piace fare non so che
piacevole gioco
e trovare un piccolo
conforto per la sua sofferenza,
credo, perché si calmi
allora la sua ardente passione;
oh potessi giocare con
te come lei
e alleviare i tristi
affanni del cuore!
...
Questo mi sarebbe tanto
gradito quanto dicono che alla fanciulla
veloce Atalanta fosse gradita
la mela aurea
che sciolse la fascia verginale
a lungo negata.
Le battute sul passero di Lesbia a scuola sono seconde
solamente a quella su L’infinito di
Leopardi, eppure se leggiamo attentamente questo carme notiamo una cosa strana: Catullo usa la metafora del passero
per descrivere un sentimento bello, limpido, non c’è assolutamente nulla di
immorale, tuttavia lui, in qualche modo, decide di occultarlo.
«E allora? Lo fanno
tutti i poeti».
Siamo d’accordo, ma c’è una cosa che non sapete di Catullo: avete fatto caso
che a scuola non vi fanno mai comprare il Liber,
ma al massimo un’antologia? Com’è che non vi hanno mai fatto leggere il carme 42, oppure il 56? E tutti quelli
dedicati a Gellio che fine hanno fatto? Perché si dedica così poco tempo agli Epigrammata? È tutta una manovra della
Chiesa, della Massoneria, degli Illuminati, degli extraterrestri?
Devo finirla di guardare Mistero.
Il fatto è che il nostro
Catullo usa le metafore per parlare d’amore, ma quando deve attaccare qualcuno sembra
di parlare con Sgarbi. Per darvi un’idea prendiamo il carme 80, in cui ho sostituito le parolacce con il pio bove di carducciana memoria:
Come puoi, Gellio, spiegare perché queste
tue labbrucce rosee
divengono più candide della neve d'inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di pio bove ch'esce dall'inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena rotta di Vittorio,
pover'uomo, e le tue labbra segnate dal pio bove che hai succhiato.
divengono più candide della neve d'inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di pio bove ch'esce dall'inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena rotta di Vittorio,
pover'uomo, e le tue labbra segnate dal pio bove che hai succhiato.
A rileggerla sembra più
oscena la mia versione.
Come potete capire siamo
lontani dalle sottigliezze di Nevio e Orazio: Catullo è uno che se gli stavi
sugli zebedei, tàc, ti faceva un bell’epigramma e passavi alla storia in
termini non propriamente lusinghieri.
Tutto ciò dovrebbe farci
perdere la stima per il nostro poeta? Assolutamente no! Catullo è come Kurt
Cobain, è la rockstar della poesia
latina: ha scritto cose d’amore, cose dissacranti e poi se s’è andato all’incirca
a trent’anni. Nel senso che è morto, non che ha fatto l’Erasmus.
Quindi portate rispetto a questo grande autore e se vi state disperando perché
(come me) a trent’anni non avete ancora combinato nulla, non vi preoccupate, c’è
ancora tempo: Mozart è morto a trentacinque.
P.S.
Nel caso vi interessasse il Catullo hot,
date un’occhiata ai carmi 6, 15, 16,
21, 23, 25, 32, 37, 39, 41, 42, 56, 74, 80, 88, 89, 94, 97, 98, 111. Ma non
dite che ve l’ho suggerito io.
P.P.S.
Cliccate qui per partecipare
al sondaggio che si aprirà il 10 ottobre grazie al quale potreste vincere un
libro dal valore di ben 0.99 centesimi!
martedì 24 settembre 2013
Contest Time - Salva una parola
Ultimamente fra noi blogger, youtubers, followers e un sacco
di altre parole per designare gente cool che non fa una cippa dalla mattina alla sera, va molto di moda il contest.
Per gli aborigeni della Nuova Papuasia o per chi comunque ha una vita sociale degna di questo nome, spiego: un contest è una specie di concorso, di lotteria... «una riffa insomma», direbbe giustamente mio nonno.
Ora, dato che qua siamo tutte persone di un certo livello culturale (si fa per dire), non è che posso fare come ClioMakeUp che scelgo il vincitore per sorteggio... il premio ve lo dovete guadagnare.
Tu, caro/a lettore/lettrice che, mentre leggi questo blog, stai facendo fuori il barattolo della Nutella a colpi di cucchiaino che manco Christopher Lambert in Highlander, giustamente ti starai chiedendo: «Che devo fare?».
Semplice, semplice.
Ci sono delle parole nella lingua italiana che stanno morendo, adesso, dato che sono sostenitore della teoria che meno parole pronunciamo più neuroni muoiono, ho deciso di indire il sondaggio:
SALVA LA PAROLA
Qui ci dovevano essere delle stelline o un effetto neon, ma non sono riuscito a farlo.
In pratica, per le prossime due settimane, non dovrete far altro che lasciare un commento sotto questo post in cui scriverete la parola in disuso che volete salvare, con il vostro nome e cognome (o se preferite un nickname).
Per esempio:
"Desueto"
Trottolinoamoroso88
Al termine delle due settimane partirà il sondaggio vero e proprio della durata di un mese e che vedrete in alto a destra, sulla barra laterale.
«E io che ci guadagno?». Giustissima osservazione.
Chi ha proposto la parola che avrà più voti vincerà nientemeno che un libro della collana Live della Newton Compton con dedica e complimenti del sottoscritto (facoltativa, state tranquilli) che avrò cura di recapitarvi mediante posta ordinaria (ho fatto il conto che con un tre euro al massimo dovrei fare bella figura).
Come ogni concorso che si rispetti però c'è un regolamento:
- Si può proporre solo una parola a persona
- Non sono ammesse parole che sono state sostituite dal corrispettivo straniero ( per esempio: computatore al posto di computer)
- Non sono ammesse parole che effettivamente non potrebbero essere usate oggi, tipo ciambellano (non ce la vedo una conversazione sul tono: «Sai cara, la signora del terzo piano ha assunto un ciambellano nuovo»).
Detto questo, sbizzarritevi e proponete la vostra parola... e non mi costringete a mettere commenti falsi per far vedere che il contest ha avuto successo.
P.S.
In settimana il nuovo post!
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venerdì 9 agosto 2013
Buone vacanze (si fa per dire)
Vi ho voluto risparmiare la facile ironia sul «Naufragar m'è dolce in questo mare» o sul «Meriggiare pallido e assorto». A settembre (se tutto va bene) ci saranno novità, nel frattempo godetevi questo mese di agosto e se proprio fa caldo potete sempre «sciacquare i panni in Arno».
Vabbè, non ce l'ho fatta, è stato più forte di me.
martedì 30 luglio 2013
Il Futurismo ovvero l'apoteosi di Batman
L’estate è la stagione che preferisco in assoluto. Premetto
che in condizioni normali ho la vitalità di un bradipo alle sei di mattina, ma
d’estate… d’estate amici miei, la musica cambia completamente. Avete presente il video Right here right now dei Fatboy Slim? Quello in cui si
vede l’evoluzione dell’uomo dallo stato unicellulare, passando per i dinosauri
e le scimmie? Ecco, d’estate rivivo il video in questione al contrario, cioè
passo dallo stato bradipo allo stato celenterato. Sarà il caldo, sarà l’umidità,
sarà la continua esposizione a foto su Facebook di persone in costume da bagno
che non fanno che scrivere come si stanno divertendo in spiaggia (ma ti stai
divertendo? allora divertiti invece di scartavetrare le gonadi alla povera
gente che sta a casa!), ma appena mi sveglio, inconsciamente mi dirigo verso il
divano per spiaggiarmi. Tant’è che mio padre tornando da lavoro ha l’abitudine
di pungolarmi con un bastoncino di legno come fanno i bambini con le meduse,
per verificare il mio stato di decomposizione.
Tra l’altro d’estate divento molto più sensibile nei
confronti delle tematiche legate alla terza età. Non sto parlando dell’annoso
problema di quelli che portano con l’inganno i nonni nelle case di riposo e li
parcheggiano lì per tre mesi facendo credere che lo fanno per loro, né
tantomeno di quelli che mentre vanno in spiaggia a farsi il bagno abbandonano
il nonno in macchina sotto al sole dicendo: «Vabbè, ma gli ho lasciato un po’
di finestrino aperto».
Nulla di tutto ciò, signori miei. La cosa che più mi manda in bestia è la
scarsa considerazione che hanno per gli anziani coloro che fanno i palinsesti
televisivi. Secondo costoro infatti appena raggiungi l’età pensionabile, allo
scattare della stagione estiva, vieni colto istantaneamente da demenza senile e
Alzheimer, non si spiegherebbero altrimenti le repliche messe in loop che si ripropongono ogni quindici
giorni, tanto che pure nella Signora in
giallo dopo la sesta volta che mandano in onda la stessa puntata, l’assassino
si costituisce appena parte la musichetta.
A proposito della Signora in giallo, voglio aprire una parentesi che nulla ha a che fare con questo
post, anzi, dato che questo blog è anche uno strumento di denuncia, mi
rivolgerò a lei personalmente.
Jessica, quando stavi alla Rai mi eri simpatica, eri una signora per bene,
certo portavi una sfiga assurda, ma questa è un’altra storia… Eri la nonna che
tutti vorrebbero, il genere di nonna che viene ai colloqui con gli insegnanti
al posto dei genitori, non si sa mai che può rimanerci secca la professoressa
di matematica. Adesso però, Jessica, sei passata a Rete 4, perché? Cosa ti
hanno promesso? Alla Rai non facevano cene eleganti? Non è che un giorno o
l’altro ti ritrovo a fare la meteorina al
TG4 mezza nuda? Dai Jessica, ripensaci, ricordati che sei una scrittrice, mica
un’igienista dentale!
Chiusa parentesi.
Come dicevo, avendo pur sempre un animo operoso (ma solo
l’animo), il fatto che mi areni sul divano peggio di un capodoglio purtroppo
non mi dà la soddisfazione che vorrei, infatti dopo due giorni che i volontari
di Greenpeace vengono a bagnarmi con l’acqua di mare per impedire che mi si
secchi la pelle, vengo assalito dai sensi di colpa per la mia inattività.
A quel punto decido che devo dare un senso alle migliaia di euro che i miei
genitori hanno speso per la mia istruzione e perciò convinco la mia fidanzata a
seguirmi in improbabili mostre di arte contemporanea. Prima di proseguire devo
però mettere in chiaro due concetti:
- Di arte contemporanea non ne capisco nulla, ma essendo fan di Sex and the city, ho scoperto che frequentare queste mostre fa taaaaaaaanto cosmopolita
- Lo so che non è formalmente corretto, ma per arte contemporanea intendo qualsiasi cosa sia stata prodotta appena hanno tumulato Picasso
Andare a una mostra di arte contemporanea è un’esperienza
che prima o poi tutti dovremmo fare, la prima volta naturalmente ci si sente un
po’ in imbarazzo, ma poi capisci qual è il meccanismo, solitamente io faccio
così:
- Mi piazzo davanti a una tela ignorata da tutti e prodotta evidentemente dall’urto accidentale fra un secchio di vernice e uno che è appena uscito da un rave party
- Comincio a parlare a bassa voce con la mia fidanzata mentre traccio ampi cerchi nell’aria a mo’ di spiegazione.
Tempo due minuti e l’opera viene immediatamente rivalutata:
cinque o sei persone vi si affiancheranno cercando di capire cosa stiate
dicendo e facendo di tanto in tanto cenni di approvazione. Come detto
precedentemente, di arte contemporanea non capisco un accidente, perciò il
segreto sta nel non farvi sgamare che in realtà non state parlando di arte, ma
state sussurrando alla vostra fidanzata la vostra disapprovazione per il
calciomercato.
Provare per credere.
Proprio durante una di queste mostre, mentre osservavo una
commovente opera chiamata Viaggio
perpetuo, costituita da due tubi di scarico gettati per terra con sapiente
maestria, mi rallegravo per il fatto che in Letteratura non esista nulla di
simile (no, i libri di Alfonso Marra sullo strategismo
sentimentale non rientrano nella sfera della Letteratura e a quanto pare la
parola strategismo nemmeno nella
grammatica). Dopo la mostra stavo tornando a casa tutto contento, quando mi
sono dovuto accostare su una piazzola di emergenza e sono scoppiato a piangere
mentre la mia fidanzata mi teneva la mano: mi sono ricordato del Futurismo.
Il Futurismo è una corrente culturale e artistica fondata in
Italia agli inizi del XX secolo e, aggiungo io (ma non lo dite a nessuno), la
più sopravvalutata in assoluto.
Per capire bene il Futurismo è necessario ricapitolare brevemente l’epoca in
cui è nato: il Manifesto Futurista
viene pubblicato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti. Il mondo sta vivendo
un’era abbastanza tranquilla: da qualche anno non ci sono guerre di
“particolare rilevanza”, la crisi del ’29 ancora deve venire, manca qualche
anno alle Guerre Mondiali, le donne (almeno quelle di ceto medio-alto) stanno
cominciando ad emanciparsi. Ebbene in questo clima come se ne esce Marinetti?
Noi vogliamo
glorificare la guerra, sola igiene del mondo, […] il gesto distruttore dei
liberatori […] il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere le
biblioteche, i musei, le accademie d’ogni specie…
Dite la verità, non è adorabile?
Insomma il Futurismo ce l’ha a morte con tutto ciò che è
venuto prima. In linea generale questo non sarebbe un male, se non fosse per il
fatto che se critico quello che è venuto prima è perché ritengo che posso fare
meglio. Per capirci: Petrarca non amava particolarmente Dante, ma ha scritto il Canzoniere (sì, sì Rerum vulgarium fragmenta, non fate i
pignoli però).
I futuristi perciò criticano tutta la poesia precedente, compresi Carducci e
Pascoli, ci si aspetterebbe quindi che scrivano delle opere immortali che
dovrebbero farci commuovere dal solo titolo, e invece l’apice del Futurismo
italiano è sta roba qua:
Insomma, volendo sintetizzare al massimo, tutto il Futurismo
si può riassumere in una puntata a caso dei telefilm di Batman degli anni ’60, quelli in cui appena c’era una scena
d’azione comparivano i fumetti con le scritte: Bang, Zang, Punch…
I futuristi però non ce l’hanno solo con la poesia del
passato, ma con tutto ciò che è borghese e antipatriottico, per esempio
vorrebbero abolire la pastasciutta: un po’ perché considerata una sorta di
religione tutta italiana, un po’ perché spingerebbe al neutralismo, cioè non invoglierebbe l’uomo all’azione, ed
effettivamente dopo il secondo piatto di pasta al forno nemmeno io sono molto
dinamico.
Il Futurismo ebbe, tra l’altro, anche una parentesi
politica, si avvicinò infatti al fascismo. Tuttavia dire che il Futurismo fu
fascista è un errore, infatti c’era una ristretta minoranza di poeti futuristi
di sinistra. Insomma scrivevano poesie discutibili bipartisan.
Ma allora dobbiamo buttare proprio tutto tutto del
Futurismo? Non proprio.
Ora dovrei raccontarvi di grandissime opere letterarie
futuriste per salvare questo post, il fatto è che non me ne viene in mente
nemmeno mezza, quindi mi limiterò a dire che se non piace a me non è detto che
a voi non possa piacere, perciò compratevi una bella raccolta di poesie
futuriste e fatemi sapere.
Se proprio vogliamo trovare un lato positivo a questa
corrente che si è occupata anche di architettura, pittura e addirittura
gastronomia, consideriamo che partendo da essa che si è giunti al Futurismo
russo e a Majakovskij.
Un po’ come quando stiamo aspettando che inizi il film su Italia 1 e nel
frattempo dobbiamo sorbirci Enrico Papi. So che potete capirmi.
Quindi la prossima volta che state per gettare la lista dopo
aver fatto la spesa, pensateci due volte: potrebbe essere un capolavoro.
E ora, se permettete, ritorno in soggiorno: mi stanno
aspettando i volontari di Greenpeace.
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