domenica 12 ottobre 2014

I poeti provenzali: Rap medievistico

Ci passiamo tutti, prima o poi. È quel momento della vita in cui non ci si sente più piccoli ma nemmeno grandi, in cui si vive un profondo disagio, in cui si cerca la propria indipendenza, in cui ci si chiede quale sia il nostro posto nel mondo e in cui si affrontano le proprie fragilità.
No, non sto parlando della pubertà, ma di quella landa desolata che va dai 30 ai 35 anni. Come avrete capito, quest’età ha molto in comune con l’adolescenza. Compresi i cambiamenti fisici. Una sera ti addormenti sentendoti come Marty McFly in Ritorno al futuro, la mattina ti svegli e ti senti come Doc. Sempre in Ritorno al futuro. 
Inizia tutto in bagno: sei lì che ti sei appena ripreso da una serata scasso (nel mio gergo significa guardare tutte le stagioni di Scrubs in una sola botta abboffandoti di saccottini al cioccolato innaffiati da latte e menta) e, passando davanti allo specchio, noti un particolare che solo tu, tre volte campione condominiale di Aguzzate la vista sulla Settimana Enigmistica, potevi notare: il tuo primo capello bianco! La prima reazione è una forte tachicardia accompagnata da una un goccia di sudore freddo che corre lungo la schiena, poi cominci a respirare come se ti si fossero rotte le acque e infine inizi a cercare altri segni del declino, nella vana speranza di non trovarne. Ma il destino è beffardo e te le fa scorgere quasi subito, sono lì, proprio vicino agli occhi: le zampe di gallina. In realtà non saranno più di una o due, ma sei talmente agitato che ti sembra ti sia passato sulla faccia tutto l’allevamento di Francesco Amadori. Preso dallo sconforto, a quel punto cadi in ginocchio e, alzando le braccia al cielo come nella locandina di Platoon, urli a squarciagola: «Perché? Perché proprio a me?».

Tale reazione è dovuta al fatto che noi siamo una generazione particolare, che non ha conosciuto né la guerra né le grandi manifestazioni di piazza: per noi la libertà mica era fare l’InterRail e visitare mezza Europa; non era partire per il Chiapas e lottare a fianco degli indios messicani; no, per noi la libertà era trovare un lavoro per comprare al supermercato tutti i pacchi di Girelle che volevamo (cosa che effettivamente dà grandi soddisfazioni). 
Ora, ci sono due categorie di persone che affrontano questa situazione di indicibile disperazione con approcci totalmente differenti:
  1. Il Nonno di Heidi: è il/la tipo/a tutto d’un pezzo che prende atto della cosa e si avvia verso una maturità luminosa passando, senza soluzione di continuità, da giocare con la casa di Barbie allo stipulare un mutuo di 75 anni che pagheranno i discendenti fino alla XVIII generazione, stile maledizione Azteca
  2. Gigi la trottola: è il/la tipo/a che ha visibilmente salutato l’adolescenza da decenni ma si ostina a usare un abbigliamento e uno slang giovanile, provocando non poco imbarazzo a parenti e amici

Ma vediamo nel dettaglio.




Personalmente combatto la mia crociata contro il tempo (sì, sono un Gigi la trottola) cercando di tenermi aggiornato sulle novità musicali e in particolar modo sulla scena rap, che ultimamente sta dando grandi soddisfazioni. Premetto che il genere non mi ha mai affascinato particolarmente (sono fermo a Eminem, 99 Posse e Caparezza) ma mi sono dovuto ricredere su alcuni luoghi comuni del rap. Credevate che questo genere trattasse tematiche sociali? Che si occupasse degli emarginati? Che muovesse severe critiche alla società contemporanea?
Niente di tutto questo: l’occupazione principale del rapper è spalare badilate di materiale biologico sugli altri rapper in appositi contesti chiamati dissing. Giusto per farvi capire a che livello siamo:

Tu invece Fibra sei di una noia mortale (Tormento su Fabri Fibra)
Mi sta sul c… Grido, i Gemelli, il cugino (Fabri Fibra su Grido, i Gemelli Diversi e sinceramente non so chi sia sto cugino, ma dubito che si riferisse ai Cugini di campagna)
L’oscar della rima scontata però lo merita il rapper Kaos che a proposito di J Ax dice:
Sei pesante come Dante

Praticamente l’80% delle canzoni rap sono delle riunioni di condominio messe in rima. Cioè, se devo pagare 23 euro per un disco in cui devo ascoltare gente che si lamenta di come i colleghi e i vicini si comportano, a sto punto vado a casa di mia nonna che per lo meno è gratis e il pranzo è compreso.

Il bello di tutta sta storia è che i rapper si sentono veramente originali ad insultarsi in rima nei dissing, peccato però che qualcosa di molto simile (e pure parecchio più scurrile) è stata inventata un po’ di secoli fa: dai poeti provenzali.

La Provenza è una ridente regione nel sud della Francia nota al grande pubblico soprattutto per il sapone di Marsiglia che, puntualmente, chiunque ci sia stato in vacanza ti porta come souvenir assicurandoti che ci puoi fare tutto, ma proprio tutto: da lavarci i piatti a farti il bidet. Contravvenendo a qualsiasi regola sul pH.
Prima però che questa regione fosse invasa da orde di igienisti, nel Medioevo vi si potevano trovare decine e decine di castelli appartenenti ai signori locali. Che facevano questi signorotti oltre a lavarsi dalla mattina alla sera? 
Se quando la linea ADSL cade per appena 5 minuti vi sentite tagliati fuori a mondo, vi viene il latte alle ginocchia e siete pervasi da improvvise manie autolesionistiche peggio di un emo, immaginate cosa poteva essere stare isolato in un castello sulle montagne per 12 mesi a guardare sempre lo stesso arazzo (no, non è un eufemismo).
Per cui i signori provenzali si inventano un bel passatempo: in primavera e in estate si fanno la guerra fra loro. E le cose più o meno dovevano andare così:

«Pronto?»
«Ciao Amilcare, sono Venceslao»
«Carissimo, dimmi pure»
«Senti, visto che ancora devono inventare il paintball e mi è scaduta la tessera di Mediaset Premium, ti va se sabato ci incontriamo per farci la guerra?»
«Guarda, sabato sono a cena da mia suocera, ma domenica per me va benissimo»
«Ok. Perfetto. A domenica allora»
«A domenica. Un bacione»

Così, per sei mesi all’anno se le davano di santa ragione con il sorriso sulle labbra, con grande soddisfazione non solo degli uomini, ma soprattutto delle donne, contentissime di tenere fuori dal castello un branco di pirla che si pigliavano a colpi di spada dalla mattina alla sera.
I problemi seri però iniziavano nella seconda parte dell’anno, quando le giornate si accorciavano e le temperature diventavano più rigide. Aveva voglia la signora del castello a dire al marito: «Ma perché non vai a giocare un po’ fuori con i tuoi amichetti, anche se fa buio presto un morticino ci scappa sempre, no?». Niente, quello non si schiodava dalla sedia.
Ed è qui che entrano in scena i nostri eroi: i poeti provenzali. 

Innanzitutto chiariamo che il nome “professionale” dei poeti provenzali era trovatori, una parola che deriva dal provenzale trobar cioè “poetare”.
I trovatori sono i professionisti dell’intrattenimento medievale, visto che per tutto l’inverno, tutti i giorni dovevano inventarsi qualcosa di nuovo per allietare i signori del castello e la loro corte. E tutto questo senza intervistare la cognata della moglie del cugino dell’assassino che però si proclama innocente nonostante trentasei testimoni e le tracce di DNA.
Sebbene nell’immaginario collettivo siano visti come una sorta di giullari e simpatici nullafacenti, i trovatori in realtà provenivano dalle classi sociali più disparate: fra loro potevi trovare quello che effettivamente lo faceva per pagare le bollette (in senso figurato), ma c’era pure il nobile, ossia il figlio di papà che si sentiva artista e voleva esprimere il suo estro (ogni epoca ha avuto i suoi Povia). E non era rarissimo trovare fra loro anche delle donne, le trobairiz.

La prima cosa che ci insegnano a scuola riguardo i poeti provenzali, oltre al fatto che scrivessero quasi esclusivamente in lingua d’oc, è che, a differenza di quelli della scuola siciliana, avevano una certa libertà nel trattare tematiche politiche. Le cose però sono un ciccinino più complicate: i poeti siciliani erano tutti funzionari di corte dell’imperatore, ossia la massima carica politica dell’epoca, vale a dire che sopra di lui non c’era nessuno; i trovatori invece non sono dipendenti statali, sono un po’ gli animatori del villaggio, oggi sono al servizio di un signore ma domani potrebbero benissimo cambiare castello e questo consente loro una maggiore libertà di espressione, sparlando un po’ di tutto e tutti (imperatore compreso). Insomma i trovatori parlano di politica non perché hanno maggiore libertà intellettuale, quanto perché, in effetti, non gliene fregava niente e non si lasciavano sfuggire l’occasione di fare qualche battutina sul signore vicino o sull’imperatore stesso.

A parte la politica, i componimenti dei trovatori trattano anche altri argomenti come il ciclo bretone (Re Artù e la ricerca del Santo Graal, molto prima che se ne occupasse Indiana Jones) e quello carolingio (le avventure dei paladini di Carlo Magno), tuttavia dove davano il massimo era sull’argomento amore.
Per capire appieno questo argomento è necessario parlare dell’amor cortese.

Il concetto di amore inteso dai trovatori è abbastanza differente dal nostro: siete dei romanticoni cresciuti a Una mamma per amica e romanzi Harmony credendo che lasciare bigliettini sul parabrezza dell’auto della ragazza che vi piace fosse un gesto carino, ma tutto quello che avete ottenuto è una denuncia per molestie e un’ordinanza restrittiva del tribunale? Bene, i poeti provenzali stavano messi molto peggio di voi.
L’amor cortese infatti si basava su pochi e semplici concetti:
  • Il servitium amoris: la completa e totale dedizione all’amata e soprattutto ad Amore, inteso come una sorta di entità astratta, una facoltà capace di innalzare l’animo umano (non è che ci volesse molto, stiamo parlando di un’epoca in cui il massimo del bon ton era un rutto a fine pasto)
  • Il culto della donna: vista come un essere al limite del trascendentale, concetto poi ripreso anche dal Dolce stil novo
  • Assenza di pari opportunità: l’uomo sempre è inferiore alla donna, anche se si tratta di un ibrido fra Vanna Marchi e Daniela Santanchè
  • L’amore fedifrago: la donna amata è sempre sposata e il marito è pure contento perché…
  • Non si quaglia mai: il trovatore non fa mai vedere la sua “collezione di farfalle” alla donna amata
  • La religione: il poeta vive in un continuo stato di tormento perché è consapevole che il suo amore è in pieno contrasto con la religione cattolica (ricordiamo che siamo in pieno Basso Medioevo)

In pratica l’amor cortese è la versione medievale della Regola dell’amico degli 883.

Il trovatore, una volta timbrato il cartellino e preso servizio nel castello, si sceglieva una Domina, cioè una donna che fosse sua musa e protettrice. Come abbiamo detto, requisito indispensabile per essere una domina era essere sposata, in modo da giustificare l’amore struggente e insoddisfatto del trovatore che gli dava quella perenne espressione da ulcera gastro-duodenale.
Sebbene per il marito della domina fosse lusinghiero che sua moglie fosse oggetto dei componimenti di un poeta, c’è da dire che comunque il trovatore non si poteva certo permettere di scrivere: «Oh moglie di Gigi, con te farei certi numeri che nemmeno all’ISTAT», per cui cercava di celare l’oggetto del suo desiderio modificando il nome, ma talvolta anche l’aspetto fisico, ragion per cui nelle poesie provenzali troviamo una sfilza di donne bionde e con gli occhi chiari che manco in Svezia. Altro artificio usato dai trovatori per non farsi sgamare era quello di usare una particolare tecnica poetica: il trobar clus, che consisteva nel parlare per allegorie e metafore difficilmente comprensibili. Inutile dire che tutta sta manfrina era solo una scusa per dimostrare agli altri trovatori quanto si era bravi a padroneggiare un modo di poetare così ostico.
Tra l’altro il trobar clus è all’origine di un grosso equivoco. Il fatto che questi poeti parlassero per metafore non sempre chiarissime ha fatto nascere la convinzione che esistesse una sorta di “lingua segreta” che serviva per celare misteri esoterici e che il servitium amoris fosse una specie di culto pagano. E poi è questo blog che non parla seriamente di Letteratura.

«Fammi capire: questi si innamoravano di una donna sposata; non dormivano la notte per il rimorso verso la religione; non concludevano mai e forse forse ste poesie servivano solo per farsi belli agli occhi degli altri poeti?», direte voi a questo punto. Non proprio.
Ogni tanto i trovatori (e anche le trobairiz) qualche risultato lo portavano a casa, cioè dimenticavano tutte le questioni etico-religiose e ci si metteva più o meno su questo livello:




Non mi credete? Allora beccatevi una perla di Daude de Pradas, scritta evidentemente in un momento in cui il ragazzo era veramente in crisi:

non faccia discussioni [la donna]
quando si toglie blusa e gonna, 
ma ch'ella danzi giusta musica 
di chi non bada che d'amore 
s'evitin giochi più golosi: 
e s'ella più ne avesse appresi, 
nell'ammaestrare che non esiti!

E vi risparmio di citare altri componimenti in cui il trovatore riesce finalmente ad entrare nella camera da letto della domina: stiamo parlando di cose che al confronto il «biscottone inzupposo» di Banderas sembra roba innocente…

Ma veniamo alla questione centrale di questo post: che c’entrano i poeti provenzali con i rapper moderni? Molto più di quello che immaginate.
Abbiamo detto che i rapper si prendono a pesci in faccia con i dissing, ebbene i poeti provenzali facevano la stessa identica cosa, solo che le chiamavano tenzoni.
La tenzone era un tipo di componimento in cui due o più trovatori discutevano di argomenti più disparati: religione, etica, filosofia, poesia e via dicendo. La più antica è quella fra Ugo Catola e Marcabruno che si misero a discutere sulla natura dell’amore (non essendoci ancora il campionato di calcio non potevano discutere per 6 mesi di nobili argomenti tipo: «era o non era rigore?»). Detta così sembra una cosa civile, ma, come ogni discussione che si rispetti, presto le cose sono degenerate e in alcuni casi sono diventate tutto un: «Tu hai mi hai copiato», «E tu non sai scrivere», «Ti puzza l’alito», fino ad arrivare agli insulti sulle madri e le sorelle. E questi sarebbero i grandi poeti della tradizione.

Solitamente quando si parla di tenzone non si può citare quella celeberrima fra Dante Alighieri e Forese Donati. E infatti non la citerò. Tuttavia, giusto per farvi avere un’idea, vi riporto la tenzone fra Cecco Angiolieri e Dante Alighieri, purtroppo del Sommo non ci sono pervenute le risposte ma, parliamoci chiaro, nella Commedia si è tolto parecchi sassolini dalle scarpe, quindi ha poco da lamentarsi sulla par condicio. 


Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Sì che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.

E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.


Se il massimo dell’insulto per Fabri Fibra è «Mi stai sul c…», qui Cecco dice a Dante che, nell’ordine, è un: approfittatore, accattone, avido, maldicente, pezzente, rinnegato. Insomma, i dissing dei rapper, in confronto alle tenzoni, sembrano scritti dagli sceneggiatori di Pingu.
Altro punto di vantaggio dei trovatori sui rapper è che i primi non iniziano i loro componimenti sempre con «Yo, yo».

Molto ci sarebbe ancora da scrivere sulla poesia provenzale e sull’amore cortese, come il trobar ric, il sirventese e tutti i tipi di composizioni di questo tipo di poetica. Tuttavia, proprio perché vi voglio bene, è meglio finirla qui. Mi basta solo che, se proprio avete voglia di sentire delle parolacce, vi mettiate a cercare su Google Peire Vidal invece di ascoltare Emis Killa. 
Adesso però devo proprio andare, anche perché mi chiude il supermercato e ho finito le Girelle.


venerdì 5 settembre 2014

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis: «Maestra, Foscolo copia!»


Ma quant’è bella l’estate? Il profumo dei fiori, la natura che prorompe da ogni dove, il risvegliarsi degli esseri viventi più belli del creato: il dolce usignolo, il goffo riccio, le mosche, i tafani, le zanzare, i giornalisti che dicono agli anziani di andare ai centri commerciali perché lì c’è l’aria condizionata, gli stati di gente su Facebook che d’inverno scrive «Ma che palle sto freddo! Estate mi manki!» e d’estate «Uffa, sto caldo ma quando viene inverno?», il Meteo.it di Tgcom.

Il Meteo.it Tgcom merita una piccola digressione fra le cose più fastidiose dell’estate (a parte lo sfregamento dell’interno coscia quando si ritorna dalla spiaggia, grazie al quale l’industria del borotalco in questa stagione è seconda solo a quella della coca a Ibiza).
Per chi non avesse mai avuto la fortuna di vedere il Meteo.it Tgcom, farò qui un piccolo riassunto:
sullo schermo appare il/la meteorologo/a che col ditino indica la parte settentrionale dell’Italia dicendo: «A Torino si registra tempo sereno, a Milano alcune nubi provenienti dall’Europa settentrionale provocheranno lievi precipitazioni, a Venezia il cielo sarà sgombro di nubi…»; appena però il ditino si sposta appena sotto la riva meridionale del Po: «Per quanto riguarda il Mezzogiorno, tempo variabile» descrivendo ampi cerchi che vanno da Bologna al Mozambico. Il che potrebbe anche essere una scelta editoriale del tipo: «I nostri spettatori vivono per lo più al nord». Peccato però che per tutta la durata dei mesi di luglio e agosto ci abbiano veramente liofilizzato la zona meridionale del corpo tenendoci aggiornati sulla situazione meteorologica di amene località quali: la Papuasia, la Melanesia o la Micronesia Olandese.
Ora, dico io, che è sta Micronesia Olandese? Ma che ce ne frega se in Micronesia Olandese piove? Nemmeno gli abitanti della Micronesia Olandese sanno di vivere nella Micronesia Olandese!
Fine della digressione meteorologica.

Tuttavia fra tutti gli esseri che si risvegliano in estate ce n’è uno che merita la nostra attenzione: il Beatote. Ogni famiglia, comitiva, oratorio, scuola di cucito, gruppo fondamentalista religioso, ha almeno un esemplare di beatote, nel mio caso, per esempio, è una zia. La caratteristica principale del beatote è un malato ottimismo che si manifesta con frasi del tipo:

«Hai bucato una gomma? Beatote, io ho sfasciato la macchina»

«Ti si è scotta la pasta? Beatote, io sto da una settimana digiuna»

«Hai un po’ di tosse? Beatote, io c’ho la peste bubbonica, anzi vado che c’è un monatto che mi aspetta di sotto»

E via di seguito.

Come dicevamo però, è in estate che il beatote dà veramente il massimo: tu sei lì, che hai sfacchinato per tutto l’inverno a dare ripetizioni a un ragazzino che fino a giugno ha tentato di farti le macumbe su una bambolina che stranamente riproduceva le tue fattezze, ogni volta felice di vederti come una galeone spagnolo carico di schiavi africani, per permetterti di comprare un biglietto aereo (posto stiva, rigorosamente non pressurizzato) che ti porterà per due giorni in un ostello a Londra, dove dividerai il letto a castello con un turista austriaco che non lava i calzini da prima che cominciasse la deriva dei continenti.
Ebbene il giorno prima di partire il beatote, di ritorno da una crociera ai Caraibi costata quanto il prodotto interno lordo del Liechtenstein, si presenta a casa tua con ancora le infradito ai piedi e, con una faccia di una a cui è appena stata asportata l’appendicite senza anestesia, ti dice: «Beatote che vai a Londra, noi ci siamo proprio stressati sulla nave». Mettendo a dura prova la tua capacità di inventare nuovi e frizzanti vituperi in direzione sua e di tutti i suoi defunti (che, sfortunatamente, nel mio caso sono pure miei).

Nonostante i notori progressi della scienza moderna come la particella ultra assorbente dei salvaslip della Lines (embè? Mo vuoi vedere che il problema degli scienziati è l’ebola?), il mondo accademico non ha ancora trovato una soluzione definitiva alla piaga dei beatote (anche se un cric di acciaio inossidabile aiuta sempre). 
Tuttavia, amici miei, non dovete disperare: come disse quello che aveva comprato un CD dei Dear Jack perché aveva letto che hanno venduto più di un milione di copie: «Mal comune, mezzo gaudio». Già, perché i beatote hanno fatto la loro comparsa sulla Terra alcuni secoli fa e ne troviamo traccia anche nella Letteratura e più precisamente nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis è il primo esempio di romanzo epistolare della Letteratura italiana, pubblicato per la prima volta nel 1802 da quel basettone di Ugo Foscolo. A scuola Ugo Foscolo è conosciuto soprattutto per le pazze risate che ci fa fare con i suoi versi come: illacrimata sepoltura (A Zacinto), l’ossa mie rendete/allora al petto della madre mesta (In morte del fratello Giovanni), né le città fur meste/d’effigiati scheletri (Dei sepolcri). Insomma, dalla poetica di Foscolo ci possiamo ricavare agevolmente uno di quei film che nei pomeriggi natalizi danno su Canale 5 o, in alternativa, tutta la filmografia di Tarantino.
Ma ritorniamo all’argomento principale.

Come dicevamo, le Ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare, cioè scritto sotto forma di lettere che il protagonista manda ad un suo amico, Lorenzo Alderani. Quello epistolare era un genere che nell’Ottocento andava molto di moda e che sarebbe interessante vedere cosa ne verrebbe fuori al giorno d’oggi su Whatsapp.





Per mia nonna che non conosce la prosa cruda del XIX secolo: un limone è una pomiciata di una certa intensità.
Ma andiamo avanti…


Jacopo è uno studente universitario deluso dalla politica di Napoleone che, inaugurando una lunghissima tradizione di politici nostrani, ha deciso di svendere il Paese per un pezzo di pane e per questo il giovane decide di ritirarsi sui Colli Euganei, nei pressi di Padova. Qui Jacopo, che già di suo è allegro come una canzone dei Modà, sembra ritrovare un po’ di pace leggendo i classici latini se non che conosce un certo signor T. e la sua dolce famigliola costituita dalle figlie Isabellina e Teresa e dal futuro marito di quest’ultima, Odoardo. 
Foscolo qui dimentica completamente di essere un grande scrittore e, manco si trattasse di un romanzo di Nicholas Sparks, fa innamorare follemente Jacopo di Teresa, quindi per diverse decine di lettere ci sembra di sentire la colonna sonora de Il tempo delle mele mentre leggiamo di sagre di paese a cui i due partecipano arrostendo salsicce di cinghiale mano nella mano, vanno a fare scampagnate nel paese di Petrarca, aiutano la forestale a trapiantare alcuni pini su una collina… tutto questo mentre Odoardo si chiede cosa siano quelle strane escrescenze sulla testa che da un po’ di tempo gli impediscono di attraversare le porte.

Durante una di queste gite Teresa gli confessa di non amare il suo promesso sposo e perciò cosa fa il nostro Jacopo? Scappa con lei in segreto e si sposano a Las Vegas? Affronta Odoardo in un duello all’ultimo sangue con le spade laser sulla Morte Nera? Anticipa Manzoni e va dal padre della ragazza dicendo: «Questo matrimonio non s’ha da fare?». Niente di tutto questo: con una mossa a sorpresa la molla e se ne ritorna all’università (evidentemente all’epoca la laurea non era solo un elegante complemento d’arredo). Qui frequenta la bella società cittadina, ha delle piccole avventure con delle donzelle, frequenta i colleghi di università ma non è felice, il suo pensiero sta sempre lì (a Teresa, che avete capito?). Per questo motivo dopo soli due mesi di corsi decide di tornare ai Colli Euganei per rivedere la sua amata che, per l’unica volta in tutto il romanzo, lo bacerà.

«Vabbè, adesso scapperanno insieme» direte voi. Ma ormai a questo punto del romanzo abbiamo capito che Jacopo ha veramente pochino in comune con Vin Diesel, anzi il ragazzo somiglia più a Steve Buscemi, infatti si ammala e non trova di meglio da fare che confessare il suo amore al padre della ragazza che ovviamente dopo questa rivelazione vorrebbe sminuzzarlo in un robot da cucina. Una volta ripresosi «…scappa con Teresa!». 
Noooooooone! Jacopo si toglie il pigiama e comincia una specie di giro d’Italia, visita Bologna; Firenze, dove fa una capatina a Santa Croce per dare il suo saluto ai grandi; e soprattutto Milano. Nella città lombarda avviene il famoso colloquio con Parini, che per il ragazzo è un idolo assoluto, un Vasco Rossi senza problemi di disintossicazione. A parte l’assoluta mancanza di verosimiglianza (non è che se domani mi imbarco e parto per Bologna ho molte probabilità di parlare con Enrico Brizzi), queste pagine ci rivelano davvero il carattere del giovane Jacopo (e sotto sotto pure di Foscolo). Lo studente è veramente sdegnato per la situazione politica, per come l’Italia sia stata trattata come moneta di scambio fra due potenze straniere e auspica una rivoluzione che metta tutto a ferro e fuoco. Parini (che incarna l’altra anima di Foscolo, quella più matura) smorza subito il suo entusiasmo e gli ricorda gli esiti infausti della Rivoluzione francese, poi, visto che il ragazzo ha già un’autostima invidiabile, gli fa un discorsetto che parafrasato suona così: «Bello dello zio, tu non hai una lira e non sei nessuno. Veramente credi che i ricchi non sappiano come comportarsi in caso di rivoluzione? Quelli lo sanno meglio di te e ti sfrutteranno per ricavare il maggior vantaggio possibile dalla situazione».

Dopo aver raccolto le braccia che gli sono cadute successivamente al colloquio con Parini, Jacopo riprende il suo peregrinare per l’Italia ma alla fine decide di tornare di nuovo sui Colli Euganei dove scopre che Teresa si è sposata con Odoardo (e certo, se aspettava Jacopo…). Vinto dal dolore scrive a Teresa e, per l’ultima volta, anche al suo amico Lorenzo prima di suicidarsi con una pugnalata al cuore.

E questo era il romanzo, ma è diamo un’occhiatina a quello che è successo nel backstage.
Subito dopo la pubblicazione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis qualche malpensante ha ravvisato delle somiglianze fra l’opera di Foscolo e I dolori del giovane Werther di Gothe. Sarà che entrambi sono romanzi epistolari? Sarà che abbiamo solo le lettere di Jacopo e di Werther ma non abbiamo le risposte dei loro amici? Sarà che i protagonisti sono due giovani che decidono di ritirarsi in campagna per dedicarsi alla Letteratura? Sarà che entrambi si innamorano di una ragazza già promessa in sposa ad un altro uomo? Sarà che a un certo punto del romanzo tutti e due lasciano il paesino per andare in città? Sarà che i romanzi finiscono con il suicidio?
Embè? Uno trova 180/190 somiglianze e subito pensa al plagio!

Tali accuse portarono Foscolo a scrivere una postfazione alla seconda edizione del romanzo, del 1804, in cui si difendeva dalle accuse di emulazione (prima si diceva così) dicendo che si era ispirato alla storia di un amico, anche se in realtà non conobbe mai Girolamo Ortis, uno studente che si suicidò e da cui lo scrittore prese in prestito il cognome per Jacopo. Hai capito che paravento, Foscolo?

Momento curiosità da giocarsi se durante gli esami/interrogazioni siete in difficoltà: dopo la pubblicazione della prima edizione ci fu un’ondata di suicidi per emulazione. Ebbene, nella postfazione del 1804 lo scrittore dovette precisare che il suo personaggio era un debole, esortando i giovani a non imitarlo. Oggi una postfazione del genere starebbe bene pure sul retro di tutti i dischi di Fedez.

A dire il vero Foscolo da Goethe ha preso anche un po’ di più di qualche spunto, tuttavia bisogna dire che, nonostante la storia sia pressoché identica, cambia l’impostazione di base: il Werther è un romanzo che si inserisce pienamente del Romanticismo, dentro vi troviamo il “mito del buon selvaggio”, una sorta di compiacimento della propria sofferenza, la vicenda amorosa è al centro di tutta la situazione, invece l’aspetto politico compare solo marginalmente. Nell’Ortis troviamo le stesse identiche tematiche solo che, al contrario, tutto il romanzo è imperniato sulla situazione politica italiana, sulle disillusioni del giovane protagonista e la storia d’amore con Teresa è quasi una scusa, una piccola “spintarella” che Foscolo dà al suo personaggio per spingerlo al suicidio, per giustificare l’atto estremo.
Per questo motivo le Ultime lettere di Jacopo Ortis non è un plagio, ma piuttosto un remake, un Werther in chiave politica e sociale, in cui si approfondiscono tematiche di un certo spessore e che forse lo rendono addirittura migliore dell’originale.
Ovviamente ciò non toglie che Jacopo Ortis per il suo tono costantemente lamentoso non avrebbe meritato di essere preso a cric sui denti per essere il progenitore di tutti i beatote attualmente presenti sul pianeta. Inclusa mia zia.

P.S.
Da notare che in tutto il post ho evitato sapientemente la battuta:
«Sai quali sono le Ultime lettere di Jacopo Ortis?»
«…is»


venerdì 1 agosto 2014

Buone vacanze


Niente post per questo mese, perciò vi auguro buone vacanze: sia che stiate studiando per recuperare gli esami, sia che stiate studiando per qualche concorso, sia che abbiate prenotato 15 giorni al mare ma ci sono più precipitazioni che nel Borneo durante la stagione delle piogge.


lunedì 7 luglio 2014

Una stanza tutta per sé: Amore, che libro c'è per cena?

Avere amici intellettuali non è per niente semplice. Tradizionalmente chi si interessa di Letteratura è un pezzo di pane, è un bonaccione che se gli dai l’ultimo di Paulo Coelho non solo lo fai la persona più felice di tutto l’universo conosciuto, ma fa anche arredamento, allietandoti le cene tra amici con impareggiabili perle di saggezza sulla vita, sull’amore, sul senso dell’esistenza e, se la serata rischia di essere veramente allegra, pure sulla morte. Tuttavia anche gli intellettuali hanno un segreto, un lato oscuro e inconfessabile che andrebbe avvolto in un sacco nero, messo nel bagagliaio dell’auto, portato in bosco e seppellito sotto una sequoia: la cosiddetta sindrome del Gremlin.
Ora, se avete un’età compresa fra i 25 a i 15 anni e il nome Boy George non vi suggerisce assolutamente nulla, allora mi sa che avete bisogno di un bel ripasso sui gremlins, protagonisti del film omonimo. I gremlins sono dei simpatici mostriciattoli teneri e batuffolosi che farebbero venire la voglia di coccolarli pure a Hannibal Lecter, tuttavia non vanno assolutamente bagnati altrimenti si riproducono in maniera asessuata (parola che deriva dal greco e che significa letteralmente senza divertimento) dando vita a esseri orribili che rubano, uccidono e producono ettolitri di una sostanza melmosa che per tutto il film non si capisce bene a cosa serve. Ovviamente non c’è bisogno che vi dica che l’intero film non è altro che l’equivalente dell’Aquafan di Riccione per gremlins.
Che c’entrano i gremlins con gli intellettuali? Moltissimo. Anche l’amico intellettuale è tenero e batuffoloso, non sporca come i cani, non si fa le unghie sui mobili di cartone pressato dell’Ikea come i gatti, però se per puro caso si trova nelle vicinanze di altri della sua specie si trasforma, istigandovi ripetutamente al suicidio portando avanti per ore monologhi su «…un eccellente scrittore cecoslovacco che ho letto solo nella traduzione gaelica…», il tutto condito con termini come lapalissiano, velleitario, prosaico, messi così, con lo stesso criterio altamente scientifico con cui abitualmente si mette il parmigiano sui maccheroni.

Il disturbo solitamente si presenta non appena l’intellettuale paga la prima rata di iscrizione all’università, che può essere: Lettere, Filosofia, Scienze della comunicazione, Pedagogia, Sociologia e tutta una serie di altre facoltà-parcheggio, ovvero quelle per cui non sono previsti sbocchi lavorativi. Non in quest’era geologica, almeno.
Quando ero studente la sindrome del Gremlin si manifestava con la comparsa del contestualizzatore. Il contestualizzatore non aveva un volto, un corpo, degli incisivi da rompere quando faceva la sua apparizione: era una voce eterea e irritante che spuntava dal fondo dell’aula e che urlava «Eh, ma bisogna contestualizzare». Parlavi della guerra di Crimea? «Eh, bisogna contestualizzare». Intraprendevi una discussione sulla crisi mediorientale? «Eh, bisogna contestualizzare». In pizzeria eri indeciso se prendere la margherita o la marinara? Qualcuno in mezzo alla sala urlava «Sì, ma contestualizza!».
Fatto sta che in breve sta cosa di contestualizzare si è diffusa a macchia d’olio, per cui se in una discussione fra colleghi non riuscivi a inserire per primo la parola contestualizzare, secondo la Guida dello Studente dovevi fare harakiri con la penna Bic in mezzo al cortile.

Vi dirò, in cinque anni non ho capito bene cos’è che dovevo contestualizzare, finché un giorno ero in macchina con mio padre e allora tutto mi fu chiaro.
Mio padre è una persona aperta, uno che non ha mai badato al colore della pelle degli altri, alla religione, un fermo sostenitore dell’autodeterminazione dei popoli e un femminista convinto.
Un femminista convinto.

Un femminista convinto.

Fin quando non sale in macchina.

Purtroppo mio padre ha questa piccola caratteristica per cui, non appena si siede in automobile, assume la stessa sensibilità nei confronti del gentil sesso che avrebbero il mostro di Milwaukee e Jack lo Squartatore a una convention sui diritti della donna in Botswana. Tutto ciò comporta che chiunque non rispecchi i suoi standard di guida «È sicuramente una donna» (ovviamente per la mia incolumità non vi dirò qual è la percentuale di previsioni azzeccate).

Ebbene, cari amici, mio padre va contestualizzato, cioè normalmente parla come Lella Costa e Franca Rame messe insieme (mi riferisco agli argomenti, non alla voce), ma messo nel contesto-auto diventa un pochettino misogino.
Visto che da tradizione biblica «le colpe dei padri ricadranno sui figli», questo post è dedicato alle donne.

Ho fatto caso che effettivamente i post dedicati a scrittrici in questo blog sono effettivamente pochini (lo zero è un numero, no?), ma posso assicurarvi che non è colpa mia. No, no (qua dovreste immaginarvi me che faccio il gesto con la mano e con la testa come le donne afroamericane, giusto per restare in tema di razzismo). E a difendermi chiamo nientemeno che la scrittrice femminista per eccellenza: Virginia Woolf.

Sulla vita di Virginia Woolf non mi dilungherò, vi dirò solo che: avete presente quando i vostri genitori avevano paura delle amicizie che frequentavate per paura che vi influenzassero? Ecco, mentre mio cugino per questo motivo adesso ruba le autoradio; Virginia Woolf, per la stessa identica ragione, è diventata una delle più grandi scrittrici del XX secolo, dato che era imparentata con William Thackeray, quello che ha scritto Vanity fair (il libro, non la rivista), e casa di suo padre era frequentata da Thomas Stearns Eliot, Julia Margaret Cameron e Henry James. Quindi date sempre ascolto ai vostri genitori.
Essendo una donna di grandissima intelligenza e stufatasi di sentirsi ripetere che le donne sono brave a fare solo una cosa (evidentemente le Veline sono solo la punta dell’iceberg di un problema che ci portiamo dietro da secoli), nel 1929 scrive quello che ritengo il suo capolavoro: Una stanza tutta per sé.

A dispetto del titolo, che al lettore disattento può sembrare un catalogo di Leroy Merlin, questo saggio, basato su un ciclo di conferenze tenute davvero dalla scrittrice, esamina in maniera attenta i motivi per cui ci sono così poche donne nella storia della Letteratura.
Innanzitutto non è la Woolf che parla, ma una donna anonima che si fa chiamare Mary, personificazione di tutte le donne rimaste nell’anonimato nei secoli, e la conferenza si tiene nell’immaginario college di Oxbridge.
Virginia Woolf parte dal modo in cui la letteratura maschile ha descritto la donna: succube, peccaminosa, indifesa, madre, moglie, sorella. Praticamente un elettrodomestico in grado di cucinare e fare figli. E perché allora le donne non si sono ribellate a tutto ciò e non hanno cominciato a dare vita a una controletteratura che smantellasse quella patriarcale? Per lo stesso motivo per cui io non mi iscrivo a un corso di Zumba: per una mancanza di tempo e di soldi.

La nostra scrittrice in pratica dice (facendo una parafrasi spiccia spiccia): ma secondo voi Dante Alighieri la poteva scrivere la Commedia sul tavolo della cucina mentre sul fuoco c’era la pasta e fagioli? Charles Dickens poteva realizzare Oliver Twist con il Trenino Thomas e Violetta in sottofondo? E se non teneva una lira, come cacchio faceva Stendhal a scrivere Il rosso e il nero?
Il motivo per cui studiamo poche scrittrici a scuola è semplice, la donna nel corso della storia in pratica non è che non si è applicata alla Letteratura, è che non ne ha avuto la possibilità perché relegata a un ruolo che l’uomo le aveva imposto. E come si fa per risolvere la situazione? Semplice, dice Virginia Woolf, date alle donne un po’ di soldi di cui disporre liberamente e soprattutto una stanza tutta per sé in cui avere la tranquillità per comporre.
Mi rendo conto che, messa così, la questione sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma vi invito a contestualizzare (non mi sono ancora liberato del mio gremlin): Virginia Woolf ha alle spalle secoli e secoli di critici letterari che le hanno fatto una testa così dicendo che le donne non sono portate per la Letteratura, che è roba da uomini, che deve tornare a fare la calza. E lei per tutta risposta dice: «Oh belli, state calmi che qua non stiamo parlando di Fast and Furious o della pesca alla trota salmonata, qua stiamo parlando di sentimenti e se permettete una donna è molto più ferrata sulla questione».
Il messaggio della Woolf cioè è davvero rivoluzionario.

Ma possiamo definire Una stanza tutta per sé il manuale della jihad femminista? Ma manco per idea! Infatti la nostra scrittrice oltre a dirle agli uomini se la prende anche con le donne troppo rancorose, per esempio con Jane Austen e George Eliot per come esprimono, nelle loro opere, il loro astio verso il mondo maschile che le vuole relegate al ruolo di mogli, madri, sorelle o al massimo amanti. Per questo motivo lo scrittore deve avere una mente androgina, una mente cioè libera dai preconcetti che il sesso impone e guardare quindi le cose con maggiore obiettività.

Com’è andata a finire al storia, secondo voi? I critici di tutto il mondo hanno fatto mea culpa? La donna ha avuto maggiore considerazione nella Letteratura all’indomani della pubblicazione del saggio? Le hanno dato il premio Nobel? None, niente di tutto questo. La questione all’epoca fu archiviata come «l’opera di una lesbica», appellandosi alla bisessualità della scrittrice. Un po’ come quando in pieno agosto dicevi a tua madre che non c’era bisogno di mettere la maglia della salute, hai voglia a farla vedere la pozzanghera di sudore per terra provocata dalla suddetta maglia, lei ti diceva sempre «Sì, ma con questa non ti si asciuga il sudore addosso». Un cane che si morde la coda, insomma.

Se siete presi dalla tentazione di smentire la tesi di Virginia Woolf e fare i saputelli dicendo: «Guarda che nel Medioevo c’erano anche donne scrittrici come Maria di Francia, Roswitha di Gandersheim e Anna Comnena», vi ricordo che queste o erano religiose o erano principesse, vale a dire gente che comunque aveva una rendita e una stanza tutta per sé.
Virginia Woolf con questo saggio vince su tutta la linea e non stupisce che abbia provocato moltissime critiche in un ambiente dove (diciamolo pure) ci sono più invidie e gelosie che a Jersey Shore o qualsiasi altro reality tamarro di MTV.

E con ciò, ritengo sia lapalissiano che non condivido le opinioni automobilistiche di mio padre. 





giovedì 8 maggio 2014

Il Verismo: il reality delle cinghiate

Non più di un paio di settimane fa stavo prenotando al Billionaire per festeggiare le 10.000 visite su questo blog. Avevo già spedito gli inviti ai personaggi più autorevoli del mondo culturale: Tullio De Mauro, Francesco Sabatini, Corrado Augias, Luciano De Crescenzo, Noam Chomsky, Umberto Eco, Evgenij Evtušenko… , ma anche ai rappresentanti del giornalismo d’inchiesta, quelli che non le mandano certo a dire, quelli che ci mettono la faccia come l’inviato dalla voce inquietante di Chi l’ha visto?, Brumotti, il Gabibbo e la giornalista del TG5 che si occupa di cinema, quella che lavora solo tre volte all’anno, per capirci: quando c’è il festival di Cannes, il Leone d’oro e gli Oscar, gli unici tre concorsi cinematografici che conosce.
Mi ero appena messo nel lettino abbracciato al mio peluche di Moravia (è uguale a un normalissimo orsacchiotto, ma ti guarda incazzatissimo), e stavo beatamente immaginando la faccia di Umberto Eco mentre Brumotti gli urla nelle orecchie «A bombaaaaaazza!!!», quando improvvisamente squilla il cellulare.

«Pronto?» 
«Ci hai messo un anno e mezzo per fare 10.000 visite, noi le facciamo in un quarto d’ora. Precisamente fra 14:50 e le 15:05 di un qualsiasi Ferragosto»
Clic.

Solo una persona poteva chiamarmi nel cuore della notte per prendermi in giro: Casaleggio.
Ovviamente ho cominciato a pormi un sacco di domande: come fa Casaleggio ad avere il mio numero? Come faceva a sapere del Billionaire? Quale oscura macchinazione si cela dietro questa chiamata? Non c’ha niente da fare la notte invece di chiamarmi? Che balsamo usa per avere quei ricci sempre così vaporosi?
Tuttavia la questione che mi assillava di più era di ordine generale: esiste davvero la democrazia in internet?

Per riuscire a risolvere la situazione (e finalmente prendere sonno) mi è venuta in mente una frase che ho letto in un saggio sul filosofo John Locke (ma adesso che ci penso potrebbe essere che l’ho vista su uno dei bigliettini dei Baci perugina): «Un albero che cade in una foresta fa rumore, se nessuno lo sente?». Certo, se lo chiedete al bradipo che vi si stava arrampicando riceverete in risposta una serie di inequivocabili gesti che vi faranno capire la sua opinione in merito, ma se non vi trovate nel Borneo capite che la situazione è seria.
Prendete questo blog, un bella mattina mi sono svegliato e ho deciso di scrivere e come me può farlo chiunque: c’è chi parla di cucina, chi di oggetti fatti a mano, chi di fumetti, chi di film… «E allora? Internet è uno strumento democratico». D’accordo, ma quanti blog possono dire di avere più lettori dei telespettatori di una lezione di fisica quantistica alle 4 di mattina su Rai Nettuno?
Come vedete siamo ritornati all’albero: posso dire tutto quello che voglio, ma, se non mi ascolta nessuno, che lo dico a fare?
E allora come la mettiamo? Internet è tutto un bluff? Se non ti fai pubblicità non sei nessuno? È caduto l’ultimo baluardo della democrazia occidentale dopo l’abolizione della giuria demoscopica di Sanremo?

Non dobbiamo disperare, perché se da un lato i blog si sono rivelati una mezza bufala, dall’altro sono emersi strumenti ancora più democratici, con cui il cittadino comune, l’uomo della strada (nel senso che è disoccupato e passa tutto il giorno in giro per il paese) può far sentire la sua voce: la petizione online.

Se non vi è mai capitato di firmare una petizione online non potete capire in quale abisso di spam e richieste moralmente e mentalmente discutibili si cacci chi decide di cliccarci su.
Tutto succede per caso. Un giorno stai lì che ti guardi il tuo bel video con i gattini (da una stima fatta da Apple tra dieci anni supereranno il numero di video porno) e all’improvviso ti arriva su Facebook un messaggio di Gesualdo Scatarroni: 

«Ciao, ho firmato questa petizione. Dai anche tu una mano a questa importante causa»

Nonostante tu sia un tipo molto impegnato nel sociale, di primo acchito l’unica cosa che ti interessa non è tanto dare una mano alla causa, quanto capire chi cacchio è sto Gesualdo Scatarroni. Dopo aver effettuato una ricerca con dati incrociati (spolverando vecchie foto di scuola, interrogando amici di amici, mettendo sotto torchio tua nonna), scopri che tal Scatarroni è stato per due settimane tuo compagno in prima elementare: prima di trasferirsi con tutta la famiglia nella Guinea Francese. 
Qui emerge il famoso effetto Balla coi lupi che prende il nome dal celeberrimo film scritto, diretto e interpretato magistralmente da Kevin Costner che, per quasi quattro ore, cerca di farsi accettare dagli indiani ma alla fine la morale è: «Vabbè, ci hai provato, ma anche se ti vogliamo bene ricordati che sei sempre un cafoncello americano convinto che la cucina italiana sia limitarsi ad aprire una scatoletta di tonno».
Nel senso che per quanto si possa essere smaliziati non si arriverà mai al livello dei nativi digitali, per cui clicchi sul link inviato da Scatarroni non sospettando minimamente che si tratti di un messaggio automatico. 
Vi ricordate i bei tempi dell’attivismo sociale in cui prima ci si informava sulla causa e poi si passavano dalle sedici alle diciotto ore a fermare centinaia di passanti per raccogliere tre firme? Ecco, adesso la tecnologia ci viene incontro, ma con alcuni inconvenienti che andrò qui ad elencare:
  1.  L’attivista da tastiera si indigna per qualsiasi cosa: dalla caccia alla foca monaca agli 89 centesimi annuali di Whatsapp
  2. Ha una tastiera difettosa, lo si capisce del COSTANTE USO DEL CAPS LOCK e dall’enorme quantità di punti esclamativi quando fa un’affermazione e interrogativi quando porge una domanda (che è quasi sempre retorica)
  3. Si spaccia per grande esperto di tecnologie, solitamente dice di aver fatto parte di Anonymus ma ne è uscito «perché avevano una linea troppo morbida». In realtà non è capace di distinguere un MP3 da un 33 giri di Bobby Solo

«MA ALLORA SEI RETROGRADO E REAZIONARIO!!!!!!!!!!!!!!!!11!!!!!!». NO… cioè no, il fatto è che spesso e volentieri l’attivista da tastiera non ha la minima idea di come funzioni il sistema delle petizioni. 
Come sanno anche nei peggiori bar di Caracas, la parola petizione deriva dal latino pĕtĕre, vale a dire chiedere per ottenere. Ora, questa cosa presuppone che ci sia qualcuno a cui mandare ste benedette firme, no? Per cui se sono contrario alla caccia alle balene le mando al governo giapponese; se non voglio che ci siano più bambini soldato le manderò all’ONU. Ma se mi danno fastidio il punteruolo rosso, i gerani alle finestre degli anziani, le ruote dei carrelli della spesa che non vanno mai nella stessa direzione, le persone che si ostinano a farsi il riporto invece di radersi i capelli, aspettare due ore per fare il bagno dopo mangiato, il tanga leopardato da uomo… a chi mando le firme?
Naturalmente con questo non intendo dire che le petizioni online non servano a niente: il Winner Taco è tornato nei bar, a ricordarci che quando il popolo della rete si muove è capace di far capitolare anche le grandi multinazionali.

A parte la petizione per il Winner Taco (che ho firmato davvero), una delle poche petizioni che firmerei volentieri è quella per abolire i reality. Va bene, lo so che state pensando: «Ecco, il solito atteggiamento finto intellettuale», quindi specifico subito che a me non danno fastidio i reality in quanto tali. Quello che mi provoca un fastidioso rush cutaneo è il comportamento dei partecipanti a queste trasmissioni.
Prendiamo il Grande fratello. A parte il fatto che nessuno dei concorrenti sa chi sia Orwell, mi urtano da morire gli incontri con i parenti. Sì, perché il partecipante tipo ha viaggiato il mondo, è stato sei mesi a Londra; ha lavorato come DJ due anni a Valencia; (sulla carta) parla tre lingue; fa paracadutismo acrobatico; ha il datore di lavoro migliore del mondo, visto che gli permette di stare sei mesi chiuso in una casa con altri dieci decerebrati come lui senza licenziarlo.
Ebbene, nonostante questo curriculum, dopo 15 (quindici!) giorni che sta chiuso in casa, si presenta questa scena:

Conduttrice: «Manolo, noi tutti ti conosciamo per la tua frizzante allegria, ma nella tua vita c’è un angolo oscuro: il tuo rapporto con papà Alcibiade»
Manolo: (grugnito incomprensibile)
C: «Sappiamo che il tuo papà ha un carattere forte, anche se non ti ha mai fatto mancare niente, anche se ti ha fatto studiare, anche se ti ha sempre portato a nuoto, ti ha coperto di regali, hai sentito la sua mancanza. Alcibiade purtroppo non ti è stato sempre vicino perché tutti i giorni, fino alla pensione, dalle sei di mattina alle cinque di pomeriggio si assentava misteriosamente perdendosi i momenti più belli della crescita di suo figlio»
M: (lacrime agli occhi accompagnate da altro grugnito)
C: «Manolo, tuo padre è lì»

Il resto potete immaginarlo: abbracci, pianti e tirate su con il naso che nemmeno a casa mia quando ci arriva una raccomandata e scopriamo che non è di Equitalia.

Ma possiamo affermare che i reality sono un prodotto della nostra società malata che si crogiola nel suo voyeurismo invece di produrre programmi televisivi elaborati andando, al contempo, a ledere il pathos, la tensione drammatica, la mimesis e un sacco di altre parole fighe?

No, non lo è. Se proprio vogliamo andare a ravanare nel torbido, scopriamo che già alla fine dell’Ottocento c’era qualcosa di simile ai nostri reality: il Verismo.

Se, dopo questa affermazione, non avete buttato il PC dalla finestra e dato fuoco ai rottami, seguitemi nel mio ragionamento e vedrete che il Verismo è il reality più crudo che sia mai stato concepito.

Il Verismo è una corrente letteraria nata in Italia nella seconda metà dell’Ottocento. Dato che, come diceva Coso, «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», il Verismo si ispira fortemente al Naturalismo francese, il cui principale esponente è Zola (non faccio nessuna battuta sul calciatore sennò sembro troppo obsoleto).
Quando lo si studia a scuola c’è il pericolo di incappare in un equivoco da cui non ci libererà mai più: il Verismo nasce e muore in Sicilia, anche perché ti fanno studiare uno, massimo due autori, cioè Giovanni Verga e Luigi Capuana. E invece è tutto sbagliato, perché questa corrente nasce a Milano, anche se la maggior parte delle opere sono ambientate in Sicilia e in Italia meridionale.
Ma perché il Verismo è il “padre” dei reality?
Come suggerisce il nome, questa corrente letteraria si propone di descrivere il vero, cioè la vita comune delle persone di cui la grande Letteratura non si è mai occupata prima di allora: orfani, minatori, contadini, pescatori, pastori e via dicendo. Questa ricerca del vero si realizza in due modi:
  • Attraverso l’uso del linguaggio che, spesso e volentieri, include parole dialettali
  • Evitando di far esprimere giudizi al narratore

Partiamo dal punto 1. Siete schifati dal linguaggio usato nei reality? Non vi piacciono parolacce, volgarità, mancanza di sensibilità? Allora non potete leggere nessuna opera verista.
Il Verismo non è politically correct, tutt’altro. Per capire meglio di cosa stiamo parlando vediamo un po’ di parole tradotte dal linguaggio verista all’italiano:

Ingenuo = Minchione

Lavoratore = Bestia

Sfortunato = Iettatore

Invalido = Storpio

E ho riportato solo gli esempi più leggeri, insomma, a confronto i dialoghi dei film di Vin Diesel sembrano scritti da Petrarca. 
Tuttavia a nobilitare il Verismo rispetto ai reality (semmai ce ne fosse bisogno) è la funzione di questo linguaggio, cioè mimetizzarsi concretamente con l’ambiente che si sta descrivendo: parliamoci chiaro, se voglio descrivere al massimo della realtà la mia reazione quando qualcuno mi taglia la strada con l’automobile non userò qualcosa del tipo:

«Ohibò, conducente di trabiccolo, immondo frutto di un accoppiamento coatto fra una scrofa e un cinghiale, stavi invero per cozzare contro il mio veicolo. Che possano gli dei donarti miglior vista, affinché tu possa rimirarti ogni giorno della tua esistenza per constatare la tua abiezione»

Quanto piuttosto:

«Guarda sto grandissimo figlio…»

Che poi, dico io, ti ha tagliato la strada? Prenditela con lui! Lascia stare la madre, che già è stata sfortunata ad avere un figlio del genere.



Per quanto riguarda il tema “volgarità e mancanza di tatto”, il Verismo è peggiore di qualsiasi reality attualmente in circolazione. Per dimostrarvelo vi propongo questa poesia di Ulisse Tanganelli, in cui si lamenta della “poca leggiadria” della donna cantata:

No: tu non sei la vergine ideata
Nel lieto immaginar dei sogni miei;
La figurina snella e delicata,
A cui la vita mia consacrerei. 


La grazia ho sempre nell’amor cercata;
E più del corpo l’anima vorrei:
E in te, ce n’è di ciccia una carrata;
Ma invan l’anima tua ricercherei. 


Credilo: amore fino al cor non passa
Cui forma il grasso impermeabil saio;
E più che saio mortuaria cassa. 

Tu mi sfondi perdio letto e solaio:

Io non ti posso amar sei troppo grassa!…
E ti giro senz’altro al macellaio.


Un vero gentleman d’altri tempi! 

E con questo credo di aver esaurito l’argomento linguaggio. Passiamo alla questione narratore. 

Dall’istituzione della scuola italiana fino a stamattina, quando si parla di Verismo la prof, con una voce ispirata, guardando verso il fondo dell’aula come se ci fosse un’apparizione mariana cita Verga: «L’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé», e in effetti è la migliore definizione per il narratore verista.
Per capirci meglio dobbiamo fare un passo indietro di 22 anni, quando mio padre comprò 54 videocassette con i documentari introdotti da Piero Angela. Cosa c’entra col Verismo? Lasciate fare e vi spiego. Io quelle 54 cassette le ho guardate tutte, dalla prima all’ultima, a 8 anni ero il massimo esperto europeo di migrazioni di gnu, eppure c’era una cosa che mi sconvolgeva: come faceva il documentarista a starsene nascosto buono buono mentre l’orso bianco si divorava il cucciolo di foca monaca, i suoi fratelli, la mamma e pure le foche vicine di casa? Bisognava essere senza cuore per documentare la natura?
La risposta non me la sono ancora data, tuttavia ho capito che se si vuole mostrare al pubblico cosa accade realmente in natura non bisogna assolutamente interferire con essa.
In definitiva è quello che fa lo scrittore verista: si limita a raccontare i fatti, senza esprimere giudizi etici o morali, senza entrare nella storia e se il tutto non sembra asettico è solo perché utilizza un linguaggio quanto più vicino ai protagonisti. 
Insomma, Manzoni è il tipo che al cinema commenta ogni singola scena, Verga invece è quello che si mette in ultima fila con i popcorn e fa in continuazione: «Ssshhhh!!!».
Il problema della teoria elaborata da Verga è che lo scrittore non è un documentarista e perciò non può rimanere freddo e distaccato e lasciar fare alla natura, soprattutto perché di mezzo ci sono le sue creature. Lo scrittore siciliano viene meno alla sua regola non in un romanzo, ma in una piccola novella: Rosso malpelo.
La storia la conosciamo tutti, perciò evito di fare inutili riassunti che potrebbero provocarvi il prolasso delle parti molli. Quello che ci interessa è vedere come in definitiva Verga passi la maggior parte del tempo a dire quanto quel ragazzo rosso di capelli si meritasse di essere picchiato dalla madre, dal patrigno, dalla sorella, dagli altri minatori che lavoravano con lui nella cava, dal padrone della miniera e da qualunque altro personaggio lo incontri.
Solitamente questa strana avversione di Verga per malpelo viene spiegata come un voler sottolineare la condizione del ragazzo e far capire al lettore in quale situazione si trovi e qual è il suo rapporto con gli altri. Naturalmente io non sono affatto d’accordo. È vero che la Letteratura è una scienza che va ricondotta a schemi precisi, ma è vero pure che non sempre si può confinare la creatività e l’emotività all’interno dei suddetti schemi. Quindi…
Per come la vedo io, Verga esagera nell’offendere e avvilire malpelo perché gli vuole “troppo bene”, il suo comportamento è simile a quello del ragazzo nei confronti di ranocchio: lo tratta male per prepararlo alla vita e il narratore esaspera volutamente le espressioni di disprezzo per provocare un moto di sdegno e rabbia nel lettore, per far sì che partecipi alla disperazione del protagonista e arrivi quasi ad odiare la voce narrante per la sua durezza.
Ovviamente un qualsiasi formalista russo potrebbe contestare la mia interpretazione, ma dubito che leggano questo blog. Visto che sono tutti morti. 

Se proprio vogliamo trovare una differenza davvero sostanziale fra il Verismo e i vari reality in circolazione la dobbiamo cercare nel finale. Possiamo cercare quanto vogliamo, in nessun romanzo verista alla fine il protagonista vince 500.000 euro. A dire il vero nessuna opera verista finisce bene.
Non mi credete? Mettete in dubbio la mia parola? Allora vi meritate questo megaspoilerone: 
  • Giacinta (Capuana): si suicida 
  • Rosso malpelo (Verga): muore in miniera 
  • Scurpiddu (Capuana): parte soldato (non si sa se torna) 
  • Canne al vento (Deledda): disgrazie a badilate, alla fine il protagonista muore (sereno, però) 

E ringraziate che mi fermo qui con il necrologio. 

Naturalmente le analogie fra reality e Verismo sono un tantinello forzate (mi rivolgo alle mie prof di lettere) e comunque finiscono qui.
Nei reality il protagonista è quell’uno su mille che ce la fa, che emerge dalla massa. Al contrario, il Verismo è un riflettore puntato proprio su quella massa di ultimi e diseredati (vanno sempre in coppia) di cui nessuno si occupa e che mai emergeranno, perché, parliamoci chiaro, nella vita di operai che diventano padroni della fabbrica se ne vedono pochini. 

Comunque, per la cronaca, non sono più riuscito a prendere sonno: continuavo a immaginarmi Corrado Augias vestito da Capitan Ventosa e con la voce dello speaker di Chi l’ha visto?.